Viaggi d’autore
Che Aldous Huxley sia stato scrittore e saggista d’eccezione è cosa nota.
Titoli come Giallo cromo, Punto contro punto e Mondo nuovo suonano familiari ai frequentatori del romanzo americano del Novecento, così come familiare suona l’accostamento a George Orwell in quel particolare genere letterario che si snoda tra fantasia e critica sociale.
Ciò che forse è meno noto è che Huxley fu anche viaggiatore curiosissimo (“Il turista che non ha curiosità è condannato alla noia”), un po’ snob, allergico alle mete obbligate e ai luoghi comuni. E che la sua idea di “viaggiare” coincideva essenzialmente con l’avventura umana e il bisogno di scoperta autentico, agli antipodi dei percorsi canonici e del seguire passivamente le indicazioni da manuale. Il viaggiatore “ideale” è per Huxley “interessato alle cose reali, non giudica necessario credere nei miti e ama le cose sconosciute proprio in quanto sconosciute, si entusiasma per ogni manifestazione di bellezza”.
Come tanti altri americani anche Huxley, nel 1921, approda in Italia, stabilendosi in Toscana e da lì intraprendendo tutta una serie di spostamenti lungo la Penisola, in barba alle strade spesso impraticabili. Dalle sue note di viaggio, tradotte anche in italiano con il titolo Lungo la strada, veniamo a sapere quanto fosse profondo estimatore dell’arte toscana e quali e quante siano state per lui le “scoperte” mirabili e assolute.
Su tutte, la Resurrezione di Piero della Francesca, che ammira a Borgo San Sepolcro prendendo questi appunti:
“La base del triangolo è formata dal sepolcro; e i soldati che dormono intorno ad esso segnano con la loro collocazione lo slancio verso l’alto dei due lati, che si incontrano al vertice nel volto del Cristo Risorto, il quale, con una bandiera nella mano destra, il piede sinistro già alzato e posato sull’orlo del sepolcro, si prepara a rientrare nel mondo. [...] I colori chiari, ma sapientemente sobrii splendono sulla parete con una freschezza appena attenuata dal tempo. L’umidità non ha confuso l’immagine, lo sporco non l’ha scurita. Non dobbiamo ricorrere all’immaginazione per figurarcene la bellezza; è lì di fronte a noi nel suo reale splendore…”.
Huxley ne rimane folgorato, e la definisce senza ripensamenti “il più bel dipinto del mondo” indicando con Piero della Francesca una sorta di “corresponsione” personale ed una incondizionata ammirazione per la sua “grandezza naturale, spontanea, senza ostentazione” che “raggiunge una naturale grandiosità in ogni gesto senza sforzo cosciente”. Anche quando paragonata, ad esempio, alla straordinaria Flagellazione di Urbino, l’opera da lui amata rivela maggior forza, scaturita dal “volto severo, pensoso, gli occhi freddi” del Cristo che, insieme all’intera figura, esprimono “forza fisica e intellettuale”.
Curiosamente, poi, nelle sue annotazioni da “turista”, le sue predilezioni si ricompongono in una sorta di guida alla visione di Piero secondo un itinerario ideale che parte dalla National Gallery per concludersi ad Arezzo, Sansepolcro e Urbino, lì dove la mancanza di un “obbligo morale” vincolato dall’estasi dipendente in larga parte “dalle stelle del Baedeker” (“assegnate più generosamente a opere d’arte nelle città più facilmente raggiungibili che a quelle nelle città difficili da raggiungere”) permette la scoperta dei “veri capolavori” dell’arte.
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