Stella maris

Signora il cui santuario sta sul promontorio,
prega per tutti quelli che sono in mare, quelli
il cui mestiere è pescare

[…]
Anche per quelli prega ch’erano in navi e il viaggio
finirono sulla sabbia, del mare sulle labbra,
o nella gola oscura che non li renderà
o dovunque raggiungerli non può l’eterno angelus
della campana del mare
.
(T.S. Eliot)

Per lungo tempo una certa parte della critica ha sostenuto che esistessero non uno, ma ben due poeti rispondenti al nome di Thomas Stearns Eliot.

Il primo, quello “vero”, era l’autore del poemetto La terra desolata, massima espressione dell’umano disagio e del disorientamento culturale tra le due guerre.

Il secondo, quello – se non “falso” – meno “vero” del primo, era il poeta della conversione post 1927, il drammaturgo di Assassinio nella cattedrale ma anche e specialmente l’autore di quei Quattro quartetti che George Orwell bistrattava in quanto intollerabile esempio di poesia “conservatrice”, senza comprendere fino in fondo che tutta la vita di Eliot fu un tentativo di ricondurre ad unità le contraddizioni, e che il senso della sua conversione si traduce – a livello poetico – nella continuità (e non frattura) tra un testo rivoluzionario come La terra desolata e i Quartetti, opera di tutt’altro tenore e probabilmente la migliore da quei tempi.

Troviamo in quelle pagine un Eliot pellegrino (quasi a ritroso sulla rotta oceanica dei suoi avi, che nel XVII secolo avevano abbandonato la Gran Bretagna per trasferirsi nelle colonie d’America), in visita al castello disabitato di Burnt Norton, alla cappella di Little Gidding e al villaggio di East Coker, da cui i suoi stessi antenati avevano preso il largo diretti verso le coste americane. Un pellegrinaggio della memoria che continua presso i Dry Salvages, gli scogli della sua infanzia in Massachussets, località che gli ispira una preghiera alla Vergine che riecheggia l’amatissimo Dante, pur senza dimenticare temi e figure della Terra desolata, anche se ormai privi del tono nichilista d’origine.

Figure come quella del marinaio fenicio Phlebas, “morto da quindici giorni” con il corpo spolpato dalle correnti sottomarine, protagonista de La morte per acqua laddove l’acqua altro non era che il luogo della perdizione totale. L’acqua si trasforma qui, al contrario, nell’elemento salvifico e battesimale per eccellenza nell’invocazione a colei “il cui santuario sta sul promontorio” e che pertanto estende la sua protezione anche a coloro i quali – come Phlebas – sono rimasti intrappolati “nella gola oscura che non li renderà”.

Un messaggio di speranza nel quale i “due” Eliot pellegrini si riconciliano, insieme alle presunte contraddizioni e a quella frattura apparente che è solo un ritorno a se stesso.

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