Anima mundi

Ripensavo a L’isola delle voci e al giovane polinesiano che si trova a lottare con suoni invisibili dopo aver carpito il segreto che trasforma le conchiglie in oro.

Una favola bellissima che introduce al complesso mondo simbolico della conchiglia, alla cui sacralità Mircea Eliade ha dedicato pagine memorabili illuminando quale ardua e rigorosa indagine metafisica venga esercitata da certe società “primitive” attraverso il culto di quell’utero generatore di perle e suono.

Pensavo anche a quei marinai del dopoguerra che – sbarcati su quelle isole lontane – scambiavano radioline a transistor con perle e coralli considerando la cosa un affare puramente legato al valore economico, totalmente indifferenti alla magia degli oggetti.

Sì, perché gli indigeni non erano sciocchi: barattavano un oggetto sacro, perla, corallo o conchiglia, custodi dei segreti del mare, con un altro oggetto sacro, una scatola magica da cui uscivano suoni e voci. Ammiravano la magia della nostra civiltà riconoscendo un’anima al genio tecnologico, comprendendone ragioni profonde del tutto eluse dalla cultura “occidentale”. A dispetto dell’opinione che avrebbe voluto identificare in una civiltà “senza macchine” una civiltà senza pensiero, cultura ed elaborazione concettuale.

E nel reciproco interesse allo scambio riaffiorava il differente modo di manifestarsi di uno stesso anelito, uno stesso mondo che rende straordinari il tam tam e l’auscultare il suolo con l’orecchio posato sulla terra tanto quanto il telefono e la radio: voci che giungono a noi “vere” dal buio senza coordinate dei nostri sensi.

Una stessa anima, parte della quale vive – sepolta o sognata – nell’altro.

Gli uomini dell’antichità erano saggi, facevano meraviglie e altre grandi cose. Accadeva però di notte, al buio sotto le stelle fisse e nel deserto. Io invece farò altrettanto qui, nella mia casa, alla luce del giorno“.

(R.L. Stevenson, da L’isola delle voci)

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