Nostalgia dell’imperfezione

Da una suggestione all’altra, da un commento all’altro, ecco che rispunta il tema della nostalgia in molte delle sue possibili varianti e si incrociano ricordi e spunti lontani tra loro.

Il migliore dei mondi possibili non esiste, forse occhieggia nella memoria, imperfetto, incompleto, o si fa strada – latente – in modo quasi “preventivo” rivolgendo la nostalgia verso un futuro improbabile mai esperito o mai – semplicemente – vissuto

Nessuna nostalgia verso ciò che non ci è noto, anzi, una memoria selezionata che accantoni ricordi “inutili” e non funzionali si rivela ideale per l’utopia del mondo perfetto, che prevede che non ci sia neanche più bisogno di chiedersi cosa sia la felicità, né di cercarla.

Al di fuori di questa utopia anche un libro comincia sempre con domande banali alle quali tentare di dare risposta: La neve se ne frega si chiede cosa sia o cosa dia la felicità, spalancandoci le porte su un mondo nel quale l’essere felici non è più un problema che riguardi gli uomini. Tutto viene risolto, pianificato, previsto, assecondato (in un misto di suggestioni orwelliane, inquietudini alla Blade Runner, ribellioni stile Fahrenheit 451 e lontani echi di mondi nuovi) e non devi neanche preoccuparti della morte, perché sai già quando morirai. Poiché nasci vecchio e muori bambino, ciò accadrà nell’incoscienza, a meno che – come accade – l’equilibrio perfettamente felice non venga sconvolto dall’inquietudine di riscoprirci imperfetti e – sostanzialmente – nostalgici di questa imperfezione umanissima.

Di palo in frasca, questa storia di nascere con i capelli bianchi e morire lattanti – ripresa anche da Il tempo imperfetto – mi ha riportato a Il caso singolare di Benjamin Button, bellissimo e inquietante racconto di F. Scott Fitzgerald contenuto nei Racconti dell’età del Jazz, ancor più nostalgico nell’incoscienza del protagonista, nato a 70 anni, condannato a vivere – lui solo – contromano rispetto al mondo e destinato a incrociare in modo solo effimero le piccole e grandi felicità dell’esistenza, fino all’epilogo, che si stempera dolce e malinconico privato di ogni voce e di ogni memoria:

Nessun ricordo penoso turbava il suo sonno infantile; la sua mente non serbava traccia alcuna delle glorie universitarie o degli anni favolosi in cui aveva spezzato il cuore a tante fanciulle. C’erano soltanto le bianche pareti protettive del suo lettino e Nana […] Quando il sole spariva, gli occhi di Benjamin erano colmi di sonno; e non c’erano sogni, non un solo sogno lo turbava. Il passato […] tutte queste cose erano svanite come sogni inconsistenti dalla sua mente, quasi non fossero mai state. Egli non se ne ricordava. Non ricordava con chiarezza nemmeno se il latte dell’ultimo pasto fosse tiepido o freddo, non ricordava neanche come trascorresero i giorni… c’erano soltanto il suo lettino e la presenza familiare di Nana. Quindi, non si ricordò più di nulla. Quando aveva fame, piangeva, questo era tutto. Durante le ore pomeridiane e notturne egli alitava e sopra di lui passavano molli mormorii e sussurri, che egli udiva appena, e odori vagamente diversi, e luce e tenebra.
Poi, fu tutto buio intorno, e il suo bianco lettino, i volti indistinti, che si agitavano sopra di lui, e il tiepido dolce aroma del latte, ogni cosa si dissolse nella sua mente”.

A queste condizioni, la nostalgia diventa nostalgia per come si dovrebbe essere, quella che si insinua in modo oscuro e tempestivo tra le pieghe della storia raccontata da Ligabue, i cui equilibri si spezzano – in barba ad ogni “felicità” preconfezionata – al richiamo della natura, scegliendo le imperfezioni, le insicurezze, la mancanza di garanzie, la libertà di essere insondabili e incomprensibili, alzando a difesa della parola un muro fatto di neve, sovversiva, complice, sorda alle leggi imposte dagli uomini, riluttante a lasciarsi dominare da esse.

Restare sotto la neve per parlarsi, e ascoltarsi, laddove l’utopia della perfezione imposta scricchiola di contraddizioni fatali e concede solo gioia sterile, priva di emozioni semplici e fuori controllo. Natura contro artificio, proprio quando – incolpevolmente – manca la memoria necessaria a provare nostalgia per quel che saremmo potuti essere.

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