Tema iconografico trasversale e ricorrente, quello della donna amata dal poeta è piuttosto diffuso dal Trecento al primo Novecento, con massima concentrazione nella pittura rinascimentale e in quella di fine Ottocento. Su un’ideale passerella vediamo sfilare i ritratti idealizzati di Lesbia, Fiammetta, Beatrice, Laura, accomunate dal medesimo statuto letterario benché diversissime per consistenza poetica, nonché per caratterizzazione fisica, psicologica e simbolica.
La fortuna iconografica è stata più avara con la donna cantata da Catullo e con quella amata da Boccaccio, meno con quella di Dante e assai precoce con quella di Petrarca: un ritratto di Laura venne infatti commissionato “in tempo reale” dal poeta a Simone Martini e – benché non pervenutoci – dell’evento sappiamo da due sonetti.
I casi più ricchi di spunti riguardano Beatrice e Laura.
I Preraffaelliti – tradendo completamente il senso della poesia dantesca – tentarono di conferire a Beatrice una esuberante carica religiosa assimilando il personaggio all’iconografia delle sante in estasi, in particolare a Santa Teresa. Così fa Dante Gabriel Rossetti, adottando la giovane moglie come modella e liberamente interpretando la vicenda della sua morte narrata nella Vita nuova.
Eclettica è invece l’interpretazione di Redon, ancora per Beatrice, “tradotta” sulla base di quelle indicazioni che in vari luoghi la definiscono “angiola giovanissima” e pura luce risplendente: il personaggio subisce una sorta di trasfigurazione riflettendo la grazia e la purezza spirituale rese attraverso la levità di un tratto e una tecnica quasi evanescenti.
Per Laura, invece, Giorgione adotta la tipica impostazione del ritratto muliebre rinascimentale, legando all’effigiata la pianta che ne ricorda il nome e riflettendo tutto il complesso gioco di simboli che Petrarca aveva costruito assimilando il nome della donna amata all’emblema stesso della sua arte.
Altri tempi, altre storie…