Cronaca di una morte annunciata


Edvard Munch, La morte di Marat I, 1907 (Oslo, Munch-museet)

Abbiamo sofferto la morte durante la nascita. Siamo lasciati con la più strana delle esperienze: la vera nascita, che è chiamata morte. Per cosa siamo nati? (E.M., settembre 1932)

Ci sono sempre tanti capelli, sulla scena del delitto. Tanti, troppi, profumati e fluttuanti anche in assenza di vento.
E c’è sempre tanta ombra, spaventosa, gigantesca, solida di vita propria, corpo nero accanto a statue bianche.

E poi c’è una nuda verità che ha smesso di gridare la sua solitudine e il suo disagio al mondo, e una colpa attrettanto nuda e impassibile alla violenza di un mondo i cui colori si impastano nelle cose e con le cose scivolano, inclinati sui piani instabili di una tragedia già prevista.

È la cronaca cupa di una morte annunciata, senza concessione di un’ultima danza, senza un grido, senza superstiti, senza amore, definitiva, ultima.

Yet each man kills the thing he loves
By each let this be heard,
Some do it with a bitter look,
Some with a flattering word,
The coward does it with a kiss,
The brave man with a sword!

Some kill their love when they are young,
And some when they are old;
Some strangle with the hands of Lust,
Some with the hands of Gold:
The kindest use a knife, because
The dead so soon grow cold.

(O. Wilde, da The Ballad of Reading Gaol, 1898)

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