Fiore rosso sangue

Nadia Anjuman aveva 25 anni, una bimba di sei mesi e un quaderno di ghazal compilato di nascosto per anni; a suo marito, laureato in letteratura, studiare non è servito ad ampliare il benché minimo orizzonte.

Scriveva poesie d’amore e di bellezza eredi della più grande tradizione arabo-persiana, Nadia, in un quaderno che da poco era diventato un libro. Il titolo, Gule Dudi, significa fiore rosso scuro, un fiore tinto di sangue che spero di leggere un giorno, per capire quanto possa essere temuto il canto della poesia, seppur malinconico e casto, la voce della libertà e dell’identità che si leva altissima sulla grettezza e il malinteso senso dell’onore.

Un retaggio ormai non più legato solo al privato, ma proiettato sull’immagine pubblica e inammissibile di una giovane donna che tenta di concedersi diritti che esistono solo sulla carta, nel ventunesimo secolo, in un Paese che ha appena eletto nel suo giovane Parlamento una donna.

Di Nadia, ora, si scrive e si dice fosse una grande poetessa, una vera intellettuale, alla quale nessun ruolo poteva sottrarre quello impostole dal destino: la cieca obbedienza a regole imposte con tenacia e figlie dell’orrore, tese a contrastare ogni possibilità di «disonore alla sua gente».

Gente disonorata da un canto di amore malinconico e casto. Un fiore rosso, un fiore scuro.
Dieci giorni fa Nadia è stata massacrata di botte da suo marito, è morta per aver coltivato quel fiore.

I am caged in this corner, full of melancholy and sorrow…
My wings are closed and I cannot fly.
I am an Afghan woman and must wail…

Update 17 novembre: ulteriori approfondimenti e links li trovate qui.

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