Settimana artistica: Francis Bacon

Studio di George Dyer allo specchio (1968)

Diciamo la verità: Francis Bacon non è proprio l’artista delle cui opere mi circonderei per rilassarmi o ispirarmi. È però una delle personalità del nostro tempo che più mi intriga e che più lascia emergere le (mie) contraddizioni.

Mi intriga e mi disorienta l’uso e la denuncia spregiudicata delle sue “fonti” (come ha ben spiegato Nefeli). Più che la deformazione di ciò che vedremmo comunque è il suo sbatterci addosso ciò che l’involucro racchiude a spiazzare e a risultare – come dice PensieroInterospaventoso.
Un patrimonio di frammenti, disiecta membra, “denti, pezzetti di scheletro, stalattiti e stalagmiti rocciose che spuntano davanti alla caverna della bocca”, continui e reiterati assaggi di quell’“orrore che si nasconde dietro i paludamenti più sontuosi” (sono parole dell’amico Michel Leiris).

Mi intriga e mi inquieta perché non dipinge corpi, bensì anime. Perché con lui ritornano temi a me cari (anche nelle pagine di questo blog) come quello dell’identità e delle sue dolorose “scissioni” (per prendere in prestito la parola giustamente usata da Ethos), e immagini duplicate e rimbalzate al di fuori di noi, spesso su specchi che mai riflettono ciò che vediamo o crediamo legittimo aspettarci di vedere.

E proprio uno specchio è la chiave del dipinto che ho scelto: uno specchio che esisteva nella realtà operativa di Bacon (sistemato ad hoc nel suo studio – “il laboratorio di un chimico, in cui non puoi fare a meno di immaginare che un evento inaspettato abbia luogo” – per poter controllare in fieri gli effetti della distorsione, della riflessione e della duplicazione del suo lavoro), ma qui – soprattutto – causa della nostra reazione di fronte al quadro: ribrezzo, repulsione, angoscia?

Il volto del suo compagno ci viene restituito solo dalla superficie riflettente, e non è certo ciò che inconsciamente ci aspetteremmo.
Una scissione, ancora, che rende inverosimile l’intera figura, sezionata a sua volta nel senso della lunghezza da una diagonale bianca che sembra suturare due brandelli incompatibili, non il suo corpo. Non un corpo che abbia memoria umana, come percepisce anche Serafico.

Non sappiamo se credere ai nostri occhi o allo specchio, mentre la mente di Bacon – sfrontatamente – se la ride…

p.s. Di tutto questo e molto altro, e assai meglio di quanto io possa sintetizzare qui, si racconta in questo volumetto che ho divorato qualche mese fa.

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