Scritture estreme
Scrittura e vita.
Un tema spaventosamente complesso che si fa strada quotidianamente persino a livello – estremamente semplificato – di blogsfera. Lascio che le considerazioni nascano spontaneamente – come accade – da un commento o dalla personale quotidiana esperienza di ognuno. Nel frattempo penso a due “mostri sacri”, e al nodo centrale della loro opera.
«C’è qualcosa di comune in Kafka e in Proust» scriveva Walter Benjamin nel 1934, lasciando in sospeso il confronto tra i due, ripreso di recente nell’indagine di Franco Rella. Due scritture estreme. Ché di certo entrambi vissero esclusivamente in funzione della scrittura, opponendo questa alla vita. E Kafka con l’“aggravante” di non assegnare redenzione neppure alla morte: vivendo come un fallimento il tentativo di tutta un’esistenza di descrivere l’indescrivibile, scrivendo ovunque e in qualsiasi momento ne avesse la possibilità, soprattutto di notte – quando fantasie, allucinazioni e sogni si raggrumano in modo inestricabile restituendo senza alcun filtro il magma ribollente di conflitti irrisolti più “veri” della realtà creduta “vera” – scrivendo essenzialmente per se stesso, considerando la scrittura lo strumento indispensabile alla sua esistenza, il modo per sfuggire alla inesorabile pazzia.
Ragione per la quale aveva chiesto a Max Brod che dopo la sua scomparsa ogni manoscritto fosse distrutto.
L’amico tradì il suo ultimo desiderio, fortunatamente per noi. Ché pur avvertendo quanto l’opera di Kafka sfugga ad ogni interpretazione, ne cogliamo continuamente la magia di generare l’incessante ansia di essa. Come accade per ogni cosa che ci riguardi.
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Leggere compromette la stupidità






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