Corpi vivi
Le parole chiave stanno sulle dita di una mano, a volte in un pugno di mosche, altre ancora in un baule pieno di gente.
Sorprenderle, in ordine sparso su un foglio di appunti volanti o nel loro abito buono già pronte per il ballo, è come entrare nel laboratorio dell’alchimista, affollato soprattutto di personaggi in cerca di lettore, ma anche di passati e presenti concreti e alternativi, o di libri progettati e mai (o non ancora) scritti.
Lì le parole sono come corpi vivi, che nella rabbia o nella stizza fanno persino prudere le mani e venir voglia di prenderle a schiaffi. “Corpi tattili, sirene visibili, sensualità incorporate“, una dimensione fisica che sobbolle e continuamente diviene, si fa, ci attraversa, si espande nei nostri spazi, li occupa, talvolta costringendoci ai margini, a fare i conti con un ordine, una misura, una regola troppo spesso ignorate.
D’altro canto anche lì dove – prima ancora di scrivere sé stessi sui muri – si legge nelle cose e nei bordi sporgenti, negli anfratti della materia e nelle pieghe dei malumori, anche lì le parole sembrano essere più pesanti di ogni altra cosa, più delle pietre, della notte, dell’acqua; più dell’amore.
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Leggere compromette la stupidità






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