Napòlide
Mi rendo conto solo mentre butto giù queste poche righe di aver involontariamente seguito un unico filo, nelle mie ultime letture. Di più: credevo si trattasse “solo” di tutte le possibili declinazioni della solitudine e della memoria, e invece – ovunque – si ritorna.
Che se non è questione di geografia lo è di bisbigli.
O di odori, di fermentazioni lente che arrivano ai sensi prima ancora delle cose solo perché l’aria va vestita, anche di stracci, mai lasciata nuda. Fiutando i materiali inerti della memoria con il naso barocco che presiede ai ricordi e comanda agli occhi, che lacrimano quando si respira un taglio.
O di tactus, di pelle reattiva al contropelo dei luoghi, di movimenti più volte toccati dalla promiscuità che non lascia mai inerte il corpo.
O di smettere d’imparare, una buona volta, perché gli stessi luoghi smettano di perderci, noi che si è dati, assegnati per appartenenza genetica e prima di allontanarci per altre strade avevamo sogni come cassetti chiusi e lettere non aperte. Noi che uno per uno – ovunque – si è la città intera, una città che gira il mondo sulle nostre gambe, inespugnabile eppure fragile, laddove l’intonaco guasto tracciato di crepe è l’inizio della sconfitta, agli occhi altrui, noi che si sa d’esser tellurici non per il vulcano ma per come confidiamo nel mare senza temere di fare di una burrasca la via di fuga.
Si ritorna, spesso, restandone fuori. Fuori tema, come chi se n’è andato: Napoli è il tema e io ne sono fuori.
Sono napòlide, volente o nolente, solo che prima non avevo una parola per dirlo.
A Napoli il sentimento del sacro è scaturito dal sottosuolo, non è disceso dal cielo. Non si è ispirato sulle terrazze di notte contemplando comete, eclissi, costellazioni, ma fiutando il gas dei campi ardenti, flegrei, ascoltando il ringhio della terra scossa, guardando la discesa a fiumi del fuoco viscerale del vulcano. [...] Qui il sacro è sacro non perché fa svaporare incenso sugli altari, ma perché cuoce lentamente come il ragù. «Peppèa» è il verbo del dialetto che imita i piccoli sobbalzi del coperchio sul sugo. Il sacro, qui, «peppèa».
Erri De Luca
Napolide
Dante & Descartes, Napoli 2006





Leggere compromette la stupidità





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