Dicono di lei
Leggo immaginando un enorme palco immerso nel buio. Vanno in scena vite qualsiasi, prigioniere di torri inespugnabili fatte di aria e di illusioni, il registro è orizzontale ma ognuna è ignara di quella che le scorre accanto e delle chiavi in suo possesso. Improvvisamente i riflettori puntano squarciando l’oscurità, affondando verticalmente, una per una in quelle vite, in successione, e poi ricominciando. Il filo che inizia a dipanarsi passa di mano in mano, riavvolgendosi intorno ai personaggi fino a intrecciarsi tra loro. Ognuno di loro rivela solitudini incrostate di inquietudine e sofferenza, conflitti irrisolti, reiterate perplessità. Vuoti d’amore, bisogni inconfessabili soffocati dall’impossibilità di scegliere e dalla paura di lasciarsi “leggere dentro” e farsi “toccare il cuore”.
E come ci assomigliano, quelle vite. All’inizio le voci sembrano troppe e confuse, e nessuna che voglia imporre sulle altre i frammenti di diario che raccontano storie in prima persona quasi in tempo reale e simultaneamente. È strano, a tratti fuorviante, essere investiti da queste schegge declinate al presente mentre esso “si fa”, sotto i nostri occhi, eppure quasi sempre ripiegato sul passato, a ricalcarne il percorso accidentato e – soprattutto – il dramma ad ogni bivio.
È questa immagine, quella del sentiero che si biforca, ad essere incombente nell’alternarsi di voci e di vite. La scelta – mai semplice – su cui si allenano la vulnerabilità e le disfatte dell’esistenza. Potrebbe essere proprio Clelia, a dircelo, e noi lo sappiamo. In realtà sono gli altri a dirci di lei, ed ognuna delle storie qualsiasi sulla scena, dalle quali si parte per arrivare a lei, ancora.
Di Clelia dicono che sia sogno, fantasma, riflesso.
Di Clelia dicono, ma soprattutto la cercano, la sognano, la evocano, la ricordano. Eppure Clelia è sulla scena, anche fuori dalle parole degli altri. In qualche occasione le capita persino di essere interpellata e di lasciar rispondere la sua fragilità senza interposta persona, con la sua voce. Non ci stupisce, tanto da non accorgercene: Clelia è ciò che ci aspettiamo che sia, così come vuole l’immagine che di lei abbiamo costruito nella nostra mente attraverso il racconto degli altri.
Perché Clelia?
Clelia è un pretesto, il nodo scorsoio che stringe le spalle al muro, l’anello mancante che chiude i cerchi di ognuna di queste vite.
E infatti il personaggio chiave è – secondo me – l’unico tra gli attori che di lei non dice nulla. L’uomo delle rose bianche che ci lascia fantasticare quasi per l’intero libro e all’improvviso esce di scena, prima di aver potuto svelare il suo segreto. Perché a lui l’intraprendente Manfredi [il mio mascalzone preferito, N.d.R.] sarebbe comunque arrivato, dimostrandoci che le cose non sono quasi mai quel che sembrano e non per questo sono migliori.
Non ci sono indulgenze, non da parte della scrittura, essenziale, asciutta, a tratti riarsa dalla frenesia sofferente e silenziosa dei personaggi. E per questo, credibile, come l’epilogo, che sceglie di percorrere la strada più verosimile (non necessariamente la più scontata), lasciandoci senza risposte e senza orizzonti (per Clelia, almeno, proprio per lei) e con l’impressione che neppure la scrittura voglia più illuderci allontanandosi troppo dalla vita.
Le luci si spengono e il sipario si chiude segnando il confine necessario tra lei e i nostri sogni. Dicono.
Remo Bassini
Dicono di Clelia
Mursia, Milano 2006





Leggere compromette la stupidità






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