“Donna vestita di bianco et giallo, che tenga in capo una corona d’oro, sia cinta di varie gemme, nella mano destra haverà un scettro tenendo il braccio alto, al quale s’avvintichi con le sue frondi una zucca, che sorga dal terreno vicino a’ piedi d’essa, con la sinistra tenga un baccile pieno di monete et di gemme.
Il vestimento bianco et giallo è inditio di contentezza, la corona et lo scettro di signoria et il baccile di gran ricchezze, nelle quali cose la breve et vana felicità consiste, assimigliandosi alla zucca, la quale in brevissimo spatio di tempo altissima diventata, in pochissimo tempo poi perde ogni suo vigore et cade a terra…”.
Così Cesare Ripa descrive la Felicità breve firmando la condanna della zucca, ortaggio “colpevole” di crescere in breve tempo diventando molto alto ma in un tempo altrettanto breve di perdere il suo vigore precipitando al suolo.
Ben altri elogi e altra fortuna, quelli che magnificavano l’ombra cresciuta insieme alla zucca per riparare Giona o quella di Cenerentola che senza zucca non sarebbe andata da nessuna parte. Mi sono venuti in mente dopo aver visto che qualcuno è arrivato qui, a Squilibri, cercando “quadri che raffigurano la zucca”, facendomi venir voglia di ripescarne qualcuno, ché tanto siamo ancora in tema e in tempo.
Ecco allora Il giovane pellegrino di Alexis Grimou, con la sua borraccia legata alla cintola, a ricordarci che la zucca veniva svuotata e utilizzata per trasportare acqua, vino, sale. Cosa da viandanti, insomma, tanto da esserci spesso sulle strade delle fughe o più semplicemente dei passaggi.
Infatti, rieccola – legata al bastone utilizzato durante il cammino – ai piedi della Vergine che si riposa nel corso di una breve sosta durante La fuga in Egitto (quella di Bernard van Orley, tra le tante).
Simbolo di ristoro e sollievo materiale, è grazie al passo biblico di Giona (IV, 6 – secondo il quale Dio fa crescere una pianta di zucca per procurargli ombra) che diventa simbolo di resurrezione e salvezza (come nella sua “defilata” presenza all’interno dell’Adorazione dei pastori di Andrea Mantegna), in barba alla prevalenza di significati negativi causati dalla sua imponente e colorata presenza non riscattata da un adeguato valore nutritivo.
Il colpo di grazia di Halloween, che ci fa dimenticare ogni simbolismo di casa nostra legato al ritorno dei morti per dare vita, sembra essere curiosamente “anticipato” da alcuni versi dannunziani in Primo vere:
“Sulle tegole brune riposano enormi zucche
gialle e verdastre, sembianti a de’ crani spelati,
e sbadiglian da qualche fessura uno stupido riso
al meriggio“.
E tuttavia, mi piace chiudere questo piccolo cerchio personale richiamando un racconto che presta il suo titolo ad un libro da me molto amato (oggi quasi introvabile): un po’ il senso della zucca (in tutti i sensi) e l’invito a recuperare il buono – persino – dei cocci e della nostalgia. Di ciò che non vogliamo vada perduto.