Senza [con]fine
«La prima sensazione che ci trasmette è la paura. L’acqua, per ogni essere di terra, è l’elemento non respirabile, l’elemento dell’asfissia [...] Non stupiamoci se l’enorme massa d’acqua che siamo soliti definire mare, sconosciuta e tenebrosa nel suo spessore profondo, è sempre apparsa temibile all’immaginazione dell’uomo».
Cosa, se non pericolo e disorientamento, può evocare anche nel cuore del miglior marinaio un abisso liquido e senza sentieri, una prospettiva così asimmetrica rispetto a quella richiesta per camminare e respirare?
E tuttavia, più forte dell’idea di pericolo è stato – da sempre – l’anelito a non trovar terraferma. L’attitudine all’irrequietezza che non conosce casa né nostalgia, che diventa privilegio e desiderio di lontananza, movimento «au fond de l’Inconnu pour trouver du nouveau» in direzione fuori dal mondo.
Mentre il pericolo del mare resta dentro i suoi confini, chiuso nella metafora della navigatio vitae – irrinunciabile e necessaria – e nelle sue rotte non tracciate trasversali a tempeste e bonacce ugualmente infìde. In cui però l’inquietudine non anela all’approdo, quasi accettando l’incompiutezza costitutiva di ogni esistenza, il suo progetto sostanzialmente mancato.
Niente porto sicuro. Andare avanti, finché nulla è più durevole del cambiamento e di un viaggio che si fa meta senza toccare terra.
Il mare intanto ci persuade dell’instabilità di ogni superficie, ovunque, e per questo crediamo scongiurato il pericolo del largo convinti di averlo addomesticato. Ma è solo un errore di prospettiva: dal mare la terra è ai nostri occhi costa, limite, misura esatta di lontananze e traccia di ritorni, ma dalla riva – lui – continua a non mostrare confini, né nostalgie.
«Il 3 dicembre la Columbia aveva fatto scalo ad Almeria. Era sceso a terra, aveva comprato la carta da lettera e si era infilato nel primo caffè vicino al porto. Voleva scrivere del suo viaggio, del bene e del male di partire, di quel pericolso e indegno amore di sé che c’è nella nostalgia e nel desiderio di ritorno e che rende schiavi, come ogni amore di se stessi. Questo viaggio non sarà una fuga, partire un po’ morire, ma vivere, essere, stare fermi. Saranno le paure, le ambizioni, le mete a fuggire e a svanire».
17 Novembre 2006 - Pubblicato da Stefania Mola | Alain Bombard, Alain Corbin, Alessandro Aresu, Charles Baudelaire, Claudio Magris, Hans Blumenberg, Jules Michelet, Roberto Mussapi, William Langewiesche | Ad libritum, Note a margine, Squilibridamare | Ancora nessun commento.
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Chi legge
E anche tu intanto sei oggetto di lettura, o Lettore: la Lettrice ora passa in rassegna il tuo corpo come scorrendo l’indice dei capitoli, ora lo consulta come presa da curiosità rapide e precise, ora indugia interrogandolo e lasciando che le arrivi una muta risposta, come se ogni sopraluogo parziale non le interessasse che in vista d’una ricognizione spaziale più vasta. Ora si fissa su dettagli trascurabili, magari piccoli difetti stilistici, per esempio il pomo d’Adamo prominente o il modo che hai d’affondare la testa nel cavo del suo collo, e se ne serve per stabilire un margine di distacco, riserva critica o confidenza scherzosa; ora invece il particolare scoperto incidentalmente viene valorizzato oltremisura, per esempio la forma del tuo mento o uno speciale tuo morso nella sua spalla, e da questo suo avvio lei prende slancio, percorre (percorrete insieme) pagine e pagine da cima a fondo senza saltare una virgola. Intanto, nella soddisfazione che ricevi dal suo modo di leggerti, dalle citazioni testuali della tua oggettività fisica, s’insinua un dubbio: che lei non stia leggendo te uno e intero come sei, ma usandoti, usando frammenti di te staccati dal contesto per costruirsi un partner fantasmatico, conosciuto da lei sola, nella penombra della sua semicoscienza, e ciò che lei sta decifrando sia questo apocrifo visitatore dei suoi sogni, non te.
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