C’è chi dice no
Nella veemenza tellurica dell’incontro con l’arte (e con le arti) c’è una nicchia ritagliata intorno a chi scrive, su misura per l’estasi e il dolore della scrittura, quella che non chiede di mettere se stessi nelle pagine ma le pagine dentro di sé.
Quella che non vive di involucri vuoti di senso ma di alfabeti che respirano sostanza e umori delle cose, e parole-materia da dipingere o scarnificare, quella in cui chi scrive è faber di un vero e di un bello senza “mercato” e senza armi che combattano – a volte – l’inadeguatezza di chi leggerà.
Per chiunque scriva di carne, di sangue, di sé non nel senso di intorno ma dentro, lì dove il magma ribolle e si possiede un maggior cielo di quello avvertito dai più, e trame di passione come quando Baudelaire si ubriacava di assenzio… a costoro potrà esser conforto il rovesciare la prospettiva, assolvere chi fa e restituire l’inadeguatezza a chi legge.
Come quando aspettiamo che un dipinto, un libro o un nostro simile abbiano qualcosa da dirci, e non il nulla di parole che manca a noi. Quando non ci si capisce, e vivere e scrivere diventano una spina e un dolore per ogni compromesso mancato.
Si usano gli specchi per guardarsi il viso e si usa l’arte per guardarsi l’anima.
(George Bernard Shaw)
Jeanette Winterson
L’arte dissente
Mondadori, Milano 2006
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Leggere compromette la stupidità





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