Quando leggi di Andrea Mantegna dalla penna di Maria Bellonci capisci di trovarti di fronte ad una sensibilità rara. Ad una precisa capacità di entrare nella pelle della pittura e di restituirci le impronte digitali della scena, i sensi (più del senso) delle immagini da dentro, le vite dei personaggi, il loro tempo narrato dalla voce del pittore che li ha ritratti.
È il «vaticinio di una sciamana» (come sottolinea Raffaella Morselli introducendo le sue pagine sulla celeberrima camera picta) che affresca con le parole la storia privata dei personaggi e coincide con il racconto di Mantegna divinando il passato e attraversando la barriera dei secoli. Le immagini diventano corpi, gli sguardi si fanno giorni «combattuti tutti dentro e non a margine della vita», le storie e i destini si staccano dalle pareti e lievitano di un’intensità sensoriale che li pone idealmente al centro di quella stanza, nel punto in cui il cono di luce confitto al suolo e irradiato dall’oculo della volta fa sì che tutto accada, persino un cielo d’azzurro così terso e raro a Mantova, tagliato da nuvole che sono profili di un margine senza misura abitato da deità bendisposte verso gli umani.
Che il racconto familiare e corale cominci, da quel centro, svelandosi tante volte quante sono gli sguardi, le chiavi d’accesso, le ore del giorno e le stagioni, senza un senso che sia direzione, posandosi sullo «sguardo un po’ opaco» di Ludovico, sulla consorte Barbara «colata intera nella veste di broccato d’oro» come «un monumento», sulla bionda omonima figlia «col nastro nei capelli, il corpetto di broccato, il collo candido e solido» e su ogni altro nome o ritratto impietoso che non trattiene più alcun segreto rivelando inclinazioni e sogni, persino il «soffio stregato» del guasto e lo scarto crudele tra figli sani e malcresciuti, o la malinconia dell’erede Federico, leggibile in ogni piega del viso e nutrita dal presentire il tutto che dalle mani scivola, insieme all’amore, alla salute, alla vita, alla «carezza di uno sguardo quasi cadente» come quello di Rodolfo – quarto maschio di casa – con i suoi rovinosi furori accecati di gelosia e di spada.
Senza il timore – in quella Camera dell’attimo sospeso – di esser tramandati senza adulazione, «nella crudezza più evidente della loro apparenza» e di un patire transitori riscattati dalla celebrazione per sempre di un pennello implacabile, dolce e furioso (e di una penna amorevole capace di stemperarne la tagliente inesorabilità abbandonandosi ad una lettura intima e accorata) che dietro le pareti lascia circolare il sangue e nel ritmo vitale compone luoghi sociali e poetici in cui le figure vivono – davvero – nella pausa di un respiro e sotto l’occhio del cielo.
Maria Bellonci
Ritratto di famiglia – I Gonzaga del Mantegna
Tre Lune Edizioni, Mantova 2006