Voci del mare

Nella prima intervista concessa a Vincenzo Mollica, Hugo Pratt raccontava che la mappa che più lo aveva entusiasmato da bambino era quella dell’Isola del tesoro, perché portava con sé – al di là del sogno del viaggio – quello della fantasia e dell’immaginazione. Con tutto il suo modo giocoso di guardare le carte geografiche, catturato dalle zone bianche, quelle in cui non ci sono nomi. Un modo che ha solleticato la sua curiosità spingendolo in più occasioni ad andare a vedere, spesso a conoscere direttamente posti che ancora – per la geografia delle mappe – sono spazi bianchi. Che lui, gigante della «letteratura disegnata», ha potuto raccontare portandoli nella geografia di Corto Maltese insieme all’eredità di tutta una tradizione dell’andar per mare che fa capo alla letteratura di viaggio.

C’è una rotta che va da Melville a Pratt, passando per Conrad, tracciata al di là della scontata avventura dell’antico rapporto tra l’uomo e il mare. Che si sofferma sulle ragioni del viaggio e sui personaggi che ne sono protagonisti riflettendo non poco le biografie dei loro padri di penna e di matita. Che si impiglia nella rete di relazioni incrociate tra Achab, Ismaele, Kurtz, Marlow, Corto Maltese e molti altri. Che dà corpo alle voci del racconto riversato nella scrittura e nel disegno.

Su questa rotta la storia di Melville e Conrad inizia con un imbarcarsi e un navigare necessari (a fuggire dalla propria vita o a inseguire i propri sogni) e prosegue con l’esperienza di realtà agli antipodi o con la convivenza forzata con altri uomini in fuga a margine di un mare talora “biblico”, forza primordiale e incontrollabile dotata di fisicità, e lasciapassare per la pazzia. Talaltra viatico per approdi che sono inizi di avventure nutrite dal perenne e inquieto viavai della costa.

Quella di Pratt nasce dalla nostalgia di quel racconto divenuto letteratura, da Typee, Omoo, Mardi (il Melville del naufragio in Polinesia) fino a Lord Jim o al “narrare ascoltando” di Marlow. Con un navigare piacevole e lieve mai incalzato dall’obbligo o dal lavoro e con un legame speciale con Venezia, accompagnati da un’ispirazione disincantata e a tratti malinconica che tuttavia intrattiene con il mare “amico” un rapporto senza tempeste e senza resa, riuscendo a costruire intorno ai mari del Sud l’incanto degli arcobaleni piuttosto che l’esperienza della morte. E sullo sfondo.

In primo piano, invece, il desiderio di conoscenza da cui inizia ogni viaggio reale e metaforico. L’attimo in cui Marlow coglie l’opportunità di partire ricordando un’avventura sognata da bambino intorno ad un atlante e ad un largo spazio bianco in corrispondenza del fiume Congo, prima che il suo mettere piede in quel sogno trasformasse il bianco mistero di quei vuoti in luoghi di tenebra.

È Pratt a confortare ogni possibile smarrimento permettendo ai suoi personaggi di camminare con delicatezza su quei sogni, senza incrinarli: «Le carte geografiche, a parte il fatto di farti sognare, sono anche poetiche; tanti scrittori hanno sognato su di esse [...], la cosa più bella di uno scrittore di romanzi d’avventura è di morire trafitto da meridiani e paralleli sul tavolo di lavoro. I miei personaggi camminano sempre sulle mappe…».


Gloria Bianchetti
Voci del mare. Melville, Conrad, Pratt
Ombre Corte, Verona 2006

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