Squilibri

[Leggo per trovare domande]

Il tempo dei Greci

Non trovo migliori parole di quelle di un “uomo di montagna”, tra quelle lette ultimamente, per fermare l’intensità di emozioni che si annida nei luoghi in una giornata che dovrebbe essere inverno e invece è 28-30 gradi di luce e profumi e di promesse. Ora, mentre il crepuscolo la sfila dalle maglie larghe dello stordimento felice.

«Sono uomo di montagna ma pure amo molto il mare; quelle rive povere e solitarie dove non si sentono altoparlanti e musiche ma dove unico rumore sono le onde che s’infrangono sulla riva e i richiami dei gabbiani. Nei miei tanti anni solo pochissime volte ho fatto vacanze, tra queste qualcuna al mare. Un’estate calda e asciutta fu tra Puglia e Lucania, nel Basento, dove ascoltavo quasi ininterrotto il canto delle cicale e sentivo l’odore buono della liquerizia… Lì conobbi il tempo dei Greci. Non so leggere il greco e nemmeno capire il latino ma dalle Tavole Palatine intesi le cose della storia e dell’arte che solo l’altissima poesia sa comunicare. Leggevo i greci con testo a fronte, e camminavo lungo la spiaggia con queste sensazioni e questi odori e questi canti di cicale senza incontrare persona vivente nel sole della Magna Grecia. Una sera abbozzai il mio libretto Storia di Tönle. Non, assolutamente, per confronto ma per amicizia tra gente di montagna e di mare.

Fu bello pure quel giorno che l’amicizia e la gentilezza dell’amico di Castellaneta mi accompagnarono nel Salento: nell’andare per la litoranea, nel ritorno per le Murge. Ma restano nella memoria i crostacei mangiati crudi con il succo del limone dei pescatori di Gallipoli; il sole e l’estate; i campi mietuti; gli uliveti e i muri di pietre grigie che delimitavano i confini delle masserie che, intorno, avevano grandi spazi. Non confusione di traffico, non spiagge con bagnanti. Sarà ancora così dopo tanti anni? Le torri di guardia lungo quel mare profondamente azzurro mi facevano sognare che in qualcuna sarebbe stato bellissimo passare un’intera estate. Ma anche tutta la vita, che non sarebbe stata dura con quel mare davanti, con quel retroterra di frumenti e olivi. Lì con un centinaio di libri, un bell’orto, un piccolo frutteto, con aranci e mandarini. Senza telefono, senza televisione. Come sarebbe stato l’inverno? Mi sarebbe mancata la neve?

A Santa Maria di Leuca, sotto le rocce del faro, ci bagnammo e ci asciugammo a quel sole che ci lasciava la salsedine sulla pelle. «Questi – pensavo lì disteso – sono i luoghi più felici della Terra», e a quel momento di pace sensibile, a quel sole, ai gabbiani nell’azzurro contrapponevo il tetro Lager IB con le grandi baracche, la neve sporca, la fame, la tristezza dell’animo, i voli dei corvi».

4 Marzo 2007 - Pubblicato da Stefania Mola | Mario Rigoni Stern | | Ancora nessun commento.

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