Longing

«Sono capace di trattenermi a lungo; non parlo finché le acque scavalcano le banchine e sfondano la diga. Così sono riuscito a rinviare questo libro ben oltre la fine del ventesimo secolo»

Se vi trovate tra le mani un libro di poesie, brevi testi, appunti al volo, canzoni, parole altrui e disegni scanditi dal ritmo anarchico e provvisorio di un diario deragliato dal taccuino.

Se avete l’impressione che l’io scrivente accusi tutti i sintomi di dislocazione temporanea del proprio corpo (tra California e India) e del proprio spirito (in viaggio, e comunque altrove).

Se vi sembra che le parole raccontino con levità e allegria una sorta di commiato che s’increspa appena – in superficie – dissimulando la mancata resa di un ragazzo di settantadue anni di fronte a quella vita che è «una droga che smette di funzionare», prima o poi.

Se questo commiato, al di là delle intenzioni, vi appare continuamente scosso e attraversato dai sussulti di un desiderio impenitente e mai sazio che deborda da ogni pagina, di fronte al cui riaffiorare fingere di dichiararsi “infastidito” per l’impertinenza – dopo che si pensava di tenerlo in pugno – e per lo scoprirsi nuovamente pronto a cedere alla tentazione di seguirne l’odore e il piacere e il perdersi, il fremito della frase sconcia sussurrata all’orecchio, il richiamo e il nome pronunciato a voce alta. Perché «i vecchi sono gentili. I giovani no. L’amore può essere cieco. Il desiderio no».

Se percepite, infine, che la traduzione italiana non renda giustizia ai sensi, perché quelle parole che state leggendo ad alta voce anche voi hanno una concretezza invasiva e continuano a risuonare del corpo delle origini, impastato e plasmato per attaccarsi addosso, sulla pelle, nella carne, di un corpo che è una voce di «rasoio arrugginito» che fruga ogni lembo di pelle, ti spoglia, ti avvolge e ti sussurra come lo facesse per te soltanto escludendo ogni altro, vibrandoti dentro invece di disperdere le sue onde nell’aria.

Con tutta probabilità state sfogliando Il libro del desiderio, diario di bordo firmato da Jikan (il silenzioso), «monaco inutile» con il mal d’amore che lascia che la sua indegnità si inchini alle questioni spirituali per tornare ogni volta alle gioie del corpo, e ad abitare quella «Stella del desiderio infinito» ove Yeats immaginò potesse dimorare Shelley. «Il mio desiderio è un luogo. La mia morte una vela» e l’atteggiamento quello «giusto»: guardarsi allo specchio e dirsi «sei un bel vecchio. E quanto alle donne e alla musica ce ne saranno un sacco in Paradiso».

Ce ne saranno ancora – e dove – di “ragazzi” così (sulla Terra)?

Sono arrabbiato con l’angelo
Che mi ha pizzicato la coscia
E mi ha fatto innamorare
Di ogni donna che passava

Lo so, sono le vostre sorelle
Le vostre figlie mogli madri sono
Se ho trascurato qualche donna
Allora chiedo perdono
.


Leonard Cohen
Il libro del desiderio
Mondadori, Milano 2007

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