Dürer e l’Italia
Cronaca di un amore corrisposto
Roma, Scuderie del Quirinale
10 marzo – 10 giugno 2007
«Il nome del Dürer, il suo nobile tormento, il suo perenne aspirare verso la perspicuità della norma italiana, son cose troppo care al nostro cuore. Il vecchio, pervicace dualismo dell’arte tedesca, mera natura e mero sogno, si complica in lui, a contatto dell’Italia, nel nuovo dualismo: natura e legge di natura.
Dov’era il segreto? Esso non era tale per noi, ma il Dürer credeva a un segreto, quasi a una magia di cui gli artisti italiani fossero investiti.
Racconta che, nei suoi esordi, avrebbe dato un regno perché il veneziano Jacopo de’ Barbari, che vagava lassù, gli confidasse il mistero delle proporzioni. Dunque “il mio regno per un cavallo, proporzionato”? Norma (e non mistero) proporzionale era per noi, se non erro, legata a norma spaziale, alla “dolce prospettiva”. La forma l’ossessiona, non lo spazio; ancora e sempre, la forma.
In questo campo la sua curiosità è instancabile, quasi altrettanto che in un Leonardo: un dito un libro una mano una pianta una piega un bosco; ma non ha mai la certezza, direi la confidenza metodica degli italiani. Vorrebbe ogni volta calarsi nelle cose stesse, ed ecco la vecchia tecnica artigiana a intimidirlo, togliere alla mano l’affetto, abbindolare i tratti estremi in capriccio fabrile. Mentre va facendosi botanico e geologo, entomologo e chirurgo, il vecchio empirismo già lo storna e il libero esame cui intendeva ora s’inceppa o s’impietra, calcoloso. [...] Spirito tormentato e tormentatore, il Dürer ci assilla fino all’estremo con la sua eterna inchiesta: che cos’è la forma, o, addirittura, che cos’è l’arte?».
(Roberto Longhi, Arte italiana e arte tedesca)
