Squilibri

[Leggo per trovare domande]

Mal di mare

Si esce col fiato corto da questo libro, storditi dalla sostanza visionaria delle parole che scrivono del nostro tempo e dei suoi fantasmi. È la storia di una fuga, di una donna e della sua bambina in direzione dell’Oceano, senza andare in nessun luogo, senza una ragione comprensibile. Semplicemente fuggire, agli antipodi del cercare e dell’approdare. Inspiegabile a chi resta, occasione – per chi fugge – di rimettere in discussione le proprie ragioni d’essere, di esistere, di entrare in relazione con il resto fuori da sé.

Avendo davanti il mare.

Sono pagine che scrivono la sua [onni]presenza assoluta, primordiale, qualcosa che inizia e finisce dappertutto facendosi spazio negli occhi di chi lo osserva e riducendo il resto a pura assenza, tanto che il paesaggio, la spiaggia, la moltitudine brulicante di uomini e donne e la stessa sostanza del tempo restano confinati ai suoi margini, sull’orlo dei suoi miraggi e del suo respirare – scanditi dall’avvicendarsi del giorno e della notte – come un’enorme bocca che fende e trasforma lo spazio, corpo vivo mille volte franto sulla battigia che tutto aspira, trattiene e restituisce. Sì, il mare è un corpo vivo di risacche e pulsazioni tra le parole, i gesti, le attese, unisce e separa l’alternanza spaesante dei punti di vista dei protagonisti sulla scena, evoca in noi un senso che ora è di attrazione ipnotica verso di lui, ora di repulsione e sgomento.

Mancano le voci, in queste pagine, e i nomi. Ne sappiamo solo tre, secondari, scivolati casualmente dalla precisa volontà di lasciare dei volti e delle identità un tratteggio sfocato di pelli riarse dalla salsedine. Il resto è un film muto e una colonna sonora in ossessivo crescendo generati da una scrittura liquida e penetrante, che sa di alghe e di sale, di luce addensata sui corpi, di confini porosi, di scogliere franate e fari nella notte, che si attarda minuziosamente sulle cose familiari fino a renderle estranee, si incrosta sulla pelle asciugandosi al sole, si disfa sotto i colpi inferti dall’insinuarsi della sabbia e dell’acqua nelle pieghe della pelle e della mente.

Una scrittura fluviale e ondivaga, in pendenza, impaziente di raggiungere il mare aperto che ne governa il senso e la direzione, trascinata da una corrente irresistibile e punteggiata di improvvisi gorghi dentro cui si rischia di essere attratti e risucchiati se non ci si aggrappa con tutte le proprie forze a quello spessore di umidità marina fatto di suoni e di parole [m]argine, quelle che seguono il filo della storia affiorando dal pelo d’acqua sotto cui si celano le digressioni, i sentieri personali della mente dell’autrice, le visioni e i fantasmi. Si risale a galla dopo una lunga apnea, con questo libro, senza una sola risposta, e un senso di nausea che si espande e si ritira seguendo il movimento del mare, lì dove lo scampato pericolo d’essere inghiottiti e la volontà di vedere le cose con occhi nuovi non salvano dal male di vivere.


Marie Darrieussecq
Il mal di mare
Guanda, Parma 2007

26 Aprile 2007 - Pubblicato da Stefania Mola | Marie Darrieussecq | , | Ancora nessun commento.

Non c’è ancora nessun commento.

Lascia un commento