«Chi legge sa che, se smette, qualcosa finisce, un mondo scompare».
(P. Mauri, dall’Introduzione)
«La vera letteratura parte dall’uomo che si chiude in una stanza con i suoi libri» e scopre di non essere solo, ma al centro di un intero mondo fatto di parole e di vite altrui, insieme ad una storia da raccontare: quella di altri, come fosse la sua, e quest’ultima come appartenesse ad ognuno, «cose che tutti sanno senza esserne consapevoli», in attesa di una improvvisa empatia che renda ogni uomo meno isola di quanto si pensi.
Il “sospetto” nasce di fronte ad una valigia chiusa, dinanzi al mistero del suo peso e del suo senso e al terrore inconfessabile di entrare nel laboratorio dell’alchimista, aprirla e – prima ancora di avvertire il profumo del padre – trovare non un legame di sangue ma l’altro, sconosciuto alla condizione di figlio, «come se mio padre non fosse più mio padre nel momento in cui scriveva».
Perché lo scrittore è [anche] colui che per tutta la vita non desidera altro che chiudersi – appena può – nella stanza che lui stesso è, con lo sguardo rovesciato dentro e ripiegato «tra le proprie ombre», cercando l’altro sé che coincida con le «ferite segrete» comuni ad ogni essere e costruendo «un mondo nuovo con le parole», servendosi di esse come il costruttore fa con le pietre, scegliendole, allineandole, tagliandole, assemblandole in un’architettura che fronteggi il tempo e non abbia centro né margini.
Esercizio non di ispirazione, bensì di ostinazione e pazienza, venato da una irrinunciabile condizione di infelicità sanabile in parte solo grazie alla fuga: Elogio della solitudine, titolava ieri il «Corsera» l’articolo in terza pagina firmato da Giovanni Mariotti, a voler riassumere il segreto di una scelta, quella di Pamuk scrittore e del coraggio di chiudersi in quella stanza nella quale la noia – necessaria e scaturita dall’immersione nella vita – si pacifica incontrando le infinite possibilità dell’immaginazione, «scrittori impliciti» di libri mai o non ancora scritti, estranei nella cui anima e nei cui panni desideriamo abitare, identità molteplici e ignote che evocano appartenenze e consuetudini e «tutti i sogni che vogliamo sognare».
Perché scrivere significa rispondere ad un bisogno che a sua volta risponde ad un’infinità di altri bisogni: su tutti – confessa l’autore – quello di costruire una storia invece che raccontarla. E quello di essere felici.
Orhan Pamuk
La valigia di mio padre
Einaudi, Torino 2007