Chi cerca [e non] trova
La vraie vie est absente
«Rimbaud partì per tre precise ragioni. Primo, per scappare da Verlaine che oramai era diventato ossessivo. Secondo, per non esser più chiamato “veggente”. Terzo, per smetterla di scrivere: e ci riuscì così bene che a furia di dimenticare la grammatica e la sintassi gli restò solo la lingua francese.
Sulla nave per l’Africa programmò sinteticamente il suo futuro: avrebbe fatto quel che non aveva mai fatto prima d’allora: innanzitutto scopare una donna, e poi provare un vero dolore fisico, di quelli atroci, invece dei soliti sorpassati languori senza costrutto.
E bisogna dire che mantenne l’impegno: s’innamorò di una negra grande come un ospedale che gli fece rimpiangere Verlaine, e, quanto ad ammalarsi, gli capitò una volta sola, ma definitiva.
Straordinaria in lui e degna di plauso fu l’applicazione a dimenticare il passato: dimenticava un anno ogni notte, con meticolosità. Allo sbarco già sapeva niente della sua infanzia, e quando arrivò in Etiopia non era più né un genio, né un maudit, né un francese.
Dimenticò del tutto sua madre, suo padre, Napoleone e il garzone del suo barbiere. Qualsiasi cosa gli chiedessero, rispondeva sempre: “Je ne sais pas”, e per la straordinaria chiarezza della lingua francese tutti capivano “Jeunesse pas”, la giovinezza è finita, e pensavano estasiati: “Questo sì che era un poeta”.
Partito per odio contro se stesso, con la speranza di lasciarsi indietro, una volta per tutte, si accorse che non era servito a niente dimenticare le cose, i luoghi, le persone; e dopo essersi fatto del male con tutte le torture immaginabili, con le privazioni, le umiliazioni più basse, per cancellarsi anche dalla sua stessa memoria, scoprì che tutto poteva annullare tranne il bambino con la barca di carta in mano felice di giocare nella pozzanghera, quando l’altro battello, quello ubriaco, aveva fallito il viaggio.
E per tornare a incontrarlo, fosse l’ultima cosa della sua vita, s’imbarcò per la Francia, mentre la ferita alla gamba gli urlava la nostalgia di non essersi mai amato, e l’inutilità di amarsi così tanto a tempo scaduto».
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Leggere compromette la stupidità



