Storie d’ombra

«Fin dall’infanzia Stevenson è stato per me una delle forme della felicità».
(Jorge Luis Borges)

«La vita romanzesca non è adatta a uno scrittore di romanzi», neppure se decide di trasferirsi nell’isola di Samoa. Però lo stesso scrittore potrà agevolmente finire dentro una vita romanzata ad hoc, e in una finzione che a malapena si distingue dalla realtà. Succede se ad incontrarsi sono un allievo di Borges ed uno dei suoi scrittori amatissimi, con la complicità di certi temi di suggestione inesauribile.

A Samoa, Robert Louis Stevenson viene chiamato Tusitala, narratore di storie e di miti e conoscitore delle insondabili profondità della lingua e dell’anima. L’isola nella quale si stabilisce negli ultimi anni di vita è uno di quei luoghi in cui le cose sono “vere” solo quando abitano una storia. Se non raccontata la realtà – a Samoa – non esiste.

L’incontro tra Stevenson e il suo “doppio” è rivelato da una serie di indizi: non è immediatamente riconoscibile, anzi, all’inizio viene confuso con una generica «ombra acquattata tra le ombre»; porta un cappello a tesa larga simile al suo; viene dallo stesso luogo d’origine, Edimburgo. Il riconoscimento reciproco non è immediato ed evidente, nonostante la percezione di familiarità: è l’altro a saperne di più, soprattutto delle cose taciute, generando quell’inquietudine che solo le cose inammissibili sanno insinuare tra le pieghe dell’ordinata scansione dei giorni.

Invece della pozione di Jekyll ci sono il desiderio e il sogno, di cui Stevenson – al pari di sant’Agostino – preferisce convincersi di non essere responsabile. È il desiderio a devastare Tusitala, i suoi sogni, le sue storie e la sua scrittura, vivendo di vita propria, svincolato dal controllo e dallo stato vigile tanto da poter ghermire la sua preda tornando a riassopirsi prima del risveglio e all’insaputa dell’uomo.

Due nature, due visioni del mondo, due piani, due storie tra realtà e invenzione si sfiorano rimbalzando tra il gioioso abbandono dei nativi e la rigidità del predicatore, tra il clima naturale e umano dei tropici e le nebbie. Stevenson rivive frammenti di passato che insorgono a turbare il presente, scrive immerso nella luce del Sud evocando le brume di Scozia a privare della visione le percezioni dei suoi sensi, a scorgere il bene e il male danzare insieme dentro l’ammissibilità di un peccato possibile.

Del suo “doppio” non ravvisa certezza ma solo i nefasti effetti del suo passaggio: un cappello simile al suo, una giovane vita violata, il fuoco che divora seminando morte e distruzione. Lo incontra sempre tra il vento e l’acqua, nei medesimi luoghi di confine e a margine, l’altro che gli somiglia come in uno specchio e che fa in modo che lui sia dove in realtà non ricorda di essere mai stato. L’altro che non legge neppure i suoi libri, rifiutando il tentativo della scrittura di regalare emozioni e felicità, cosa – quest’ultima – paradisiaca e oscena del cui “diritto” per gli uomini dubitare senza appello. Finché il suo “doppio”, intravisto, confuso, creduto e sospettato, diventa fantasma e ombra, presagio di morte, l’adaro-uccello che incarna qualcuno pur non somigliando al corpo che abita: il giudice capo non riuscirà a far luce sulla vicenda che gli sconvolge la vita «perché non conosce alcuna storia», mentre la folla reclama il suo capro espiatorio senza poter credere all’evidenza né ad alcuna verità che non sia quella delle proprie storie.

E mentre i sentieri si biforcano, si sovrappongono, coincidono e tornano poi a dividersi, resta l’incredulità. Stevenson/Tusitala abbassa le palpebre e si convince: «Sono padrone del mio desiderio», mentre riecheggia per contrappasso quel Jekyll che si uccide perché incapace di dominare gli eventi. Mentre «notte dopo notte il desiderio dell’uomo lo va a prendere e lo porta in luoghi strani e gli chiede di fare cose che lui al mattino dimentica, finché i sogni stessi diventano insopportabili e l’uomo non vuole più dormire». Solo la morte porrà fine alle narrazioni, portando tutto con sé in un luogo simile alla malinconia, dove nessuno può essere aiutato, o seguito, né raggiunto o sostituito, neppure da quel «sé redivivo» che tormenta la storia di ognuno manipolando i suoi sogni.

La rosa non ha spiegazione
fiorisce perché fiorisce.

(Angelus Silesius)


Alberto Manguel
Stevenson sotto le palme
Nottetempo, Roma 2007

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