Ceci tuera cela
Tra le digressioni autobiografiche del delizioso e inutile ultimo libretto di Augias non manca quella che tira in ballo il capitolo quinto di Notre-Dame de Paris. “Ceci tuera cela”: la pagina di carta ucciderà l’edificio di pietra. L’arcidiacono soppesa da un lato il silenzio della grande cattedrale, dall’altro la voce del libro aperto sul suo tavolo. E profetizza la morte inflitta da questa piccola cosa all’immensa chiesa di cui ha appena fornito – indicandola ad un confratello dalla finestra – un’immagine poderosa. Il piombo di Gutenberg contro la pietra di Orfeo. Da un lato l’originalità e l’innovazione di un “perpetuo movimento”, dall’altro “l’immobilità pietrificata di una certezza dogmatica”. In definitiva, un libro ucciderà un altro libro. Quella Notre-Dame che rimanda essenzialmente al sistema culturale e sociale che essa stessa rappresenta: nel quale la storia della civiltà umana inizia con la prima pietra piantata nel terreno quasi lettera di un primordiale alfabeto, legge nel pilastro del tempio greco la sillaba e nella piramide la parola, per giungere alla cattedrale medievale come racconto.
L’ottimismo di Hugo ritenne il libro capace di farsi “rifugio promesso all’intelligenza” (giammai padre di tutti i “fortissimi” perditempo) e capace di esorcizzare ogni eventuale nuovo diluvio. Considerazioni che si ripropongono ogni volta che i libri si trovino a fare i conti con tutti quegli strumenti e meraviglie che ottundono, mobilitando solo una parte del cervello e assopendone il resto.
«Il mezzo televisivo, intendo, che soppianta la parola scritta, l’unica che può davvero definirsi parola, con l’immagine, selezionata, se del caso falsificata e ossessivamente reiterata sino a creare una realtà che non esiste. Se l’arcidiacono di Notre-Dame paventava, rassegnato, la vittoria del libro sulla cattedrale “parlante”, oggi questa nuova e rutilante e dozzinale “cattedrale parlante” rischia di scalzare il libro. Il libro è di per sé strumento critico, perché i libri sono per natura, si potrebbe dire, molti e in contrasto tra loro, e dunque critici. Il “piccolo schermo” ipnotizzante è invece inevitabilmente uno, portatore, in una gara al ribasso, di un unico “pensiero”. E dove il pensiero è solo uno c’è barbarie, dove i pensieri sono molti e conflittuali c’è libertà. Ecco perché ancora una volta è nel libro la nostra principale speranza».
(Luciano Canfora, prefazione a Michel Melot, Libro)
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Leggere compromette la stupidità






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