«Io nel mio lavoro rischio la vita e il mio senno per metà vi è naufragato». Si chiude così l’ultima lettera di Vincent van Gogh al fratello Theo, incompiuta e non datata, quella che gli viene trovata addosso il 27 luglio 1890 dopo essersi sparato al petto.
Nella quale egli, non più che in altre del suo fitto epistolario, ancora una volta sottolineava la malinconia irrimediabilmente contratta a Sud e l’inutilità delle tante cose che avrebbe voluto dire a fronte della stanchezza e dello scoramento derivanti dall’investimento totale delle sue forze nella pittura.
Due mesi. Tanto il lasso di tempo coperto da queste ultime missive coincidenti con il soggiorno ad Auvers-sur-Oise, una frenetica attività e il tentativo di sognare giorni densi di affetti familiari e “normalità” dopo il manicomio di Saint-Remy. Nonostante il continuo cedere alla sfiducia nelle proprie capacità e il reiterato umiliarsi a domandare aiuto e contributo, per vivere, guarire e dipingere. Una sostanza fatta non solo di pane ma soprattutto di strumenti di lavoro e colori destinati a colmare il vuoto e la trama delle sue tele.
Sono proprio i colori il nodo cruciale, il passaggio obbligato della sua ricerca, la luce di queste lettere. Parlarne – dei suoi quadri e dei soggetti intorno ai quali lavora e sperimenta – trasfigura van Gogh. Ne fa un’altra persona.
Quando tra le righe compaiono i colori improvvisamente il filo stentato delle sue vite minori e dolenti (quelle più restìe ad assecondare i desideri, quelle che sradicano dai luoghi cui si sente di appartenere, benché i ricordi restino «e con la memoria si torna – oscuramente e come davanti a uno specchio – dagli amici assenti») s’intreccia con il futuro, la speranza, la possibilità: nei fasci di iris o negli immensi bouquets di rose, nei paesaggi e nei cieli, nelle vigne, tra castagni, olivi e trame di frutti maturi e sfumature indicibili.
Vi è una varietà di verdi, tutti ugualmente intensi e tali da dar vita a un unico verde la cui vibrazione riporta il pensiero alla voce dolce delle spighe sospinte da un vento leggero; un colore, questo, difficilissimo da raggiungere.
Sulla «distesa infinita» scivolano sommessamente tutta la sua grandezza di artista e il desiderio – in fondo – non di danaro e successo bensì di quella qualità che fa di colui che dipinge un buon pittore – consapevolmente – a rischio della vita.
°————————————°
Sono completamente preso da questa distesa infinita, vasta come il mare, di campi di grano che coprono le colline, dalla bellezza dei gialli, dei verdi delicati, dal bell’indaco della terra sarchiata e lavorata in un intarsio regolare prodotto dal verde delle piante di patate in fiore; l’insieme pervaso da una luce bella dai toni azzurri, bianchi, rosa e viola. Mi trovo, di fatto, in una disposizione di calma, quasi eccessiva, che è lo stato d’animo adatto per dipingere tutto questo.
Vincent van Gogh
Una distesa infinita. Ultime lettere
Passigli, Bagno a Ripoli 2008
Che meraviglia. Ricordo con piacere questo straordinario, sensibilissimo artista.
L’artista nei cui quadri i campi, le spighe, i fiori, le chiome degli alberi fremono sotto la brezza e la luce. Non si sa se si muovano come onde o scorrano come fiumi, ma si congiungono con il cielo, che è fatto degli stessi tremori.
[Credo. Anzi, vedo. Sarà la primavera...]