Due libri in tasca
Si può dire che vivessi con le parole, sicché le cose che scrivevo non erano destinate ad altro uso se non a quello di praticare la scrittura. Non desideravo tanto essere uno scrittore (sebbene in fondo lo sognassi), quanto consacrarmi a imparare la scrittura.
Il mestiere di scrivere è sopravvalutato e troppo spesso giustificato come la risposta ad una “urgenza”. Come l’unico modo per placare il “sacro fuoco”. Tusitala si nasce, e tuttavia la passione per la scrittura da sola non basta a fare lo scrittore. Tanto meno a dichiararsi tale con troppa facilità. La scrittura, suggerisce Stevenson, passa per il come e non per il perché. Un come che si costruisce con pazienza e nel tempo attraverso l’influenza profonda e silente dei libri già scritti.
Per cercare di diventare scrittori – suggerisce – esiste un solo modo, ancora valido e di sorprendente attualità. Che non è quello di fare a meno della tradizione. Che è capacità di leggere – ovvero di scegliere il nutrimento più appropriato e capirne il significato – in mancanza della quale le parole rimarranno silenti e inarticolate a quelle orecchie impassibili, e il segreto dello scrittore rimarrà intatto, come se non l’avesse mai scritto.
Che è ricerca di un metodo, applicazione di una disciplina alle “urgenze”, attraversamento di ripetuti fallimenti (l’unica strada maestra verso il successo), accettazione di temporanee inerzie sì come di tempi morti e improduttivi. Stevenson racconta di due libri in tasca, uno per leggere e l’altro per scrivere, inseparabili compagni di viaggio nell’attraversamento del mondo. Strumenti indispensabili per imparare a scrivere attraverso un paziente lavoro solitario condotto sulle pagine altrui (che piaccia o no, questo è il mezzo per imparare a scrivere. Che ne abbia approfittato o no, è questo il modo) senza demordere, alla ricerca della propria originalità, che mai potrà essere assoluta. Un bagno d’umiltà, il capirlo.
Imparare a leggere (e continuare a farlo) per imparare a scrivere: torna un’indicazione ben nota e poco realizzata, a costruire un senso, trovare il proprio “modo” di rileggere, cercare la propria voce, come ricorda opportunamente Antonio Pascale nell’introdurre i quattro saggi del grande scrittore scozzese dedicati a questa riflessione sulla lettura, la scrittura e il bisogno profondo dell’uomo di raccontare storie. Saggi che disegnano i contorni della sua “educazione sentimentale” letteraria: dai primi passi nel mondo della letteratura (Una rivista universitaria) ai suoi libri preferiti (I libri che mi hanno influenzato), dalle teorizzazioni su novel e romance (Una chiacchierata sul romanzesco) alla predilezione per il Visconte di Bragelonne di Dumas (Un romanzo di Dumas).
Scritti d’autore percorsi da un unico filo rosso: che scrivere sia un po’ come raccontare d’amore. Non nel senso romantico ed “esclusivo” (io e te contro il mondo) per il quale si crede che l’amore renda la vita migliore. Bensì in quello più realistico e lato (io, il mondo e te) nel quale raggiungere l’amato bene della scrittura significhi prima di tutto entrare in relazione con tutto ciò che vi è intorno: “attraversare il mondo” pensando – più che a diventare scrittori – a fare pratica di scrittura. L’amore che renda la vita – se non migliore – almeno possibile.
Robert Louis Stevenson
Con due libri nella tasca. Vademecum per scrittori affamati e lettori esordienti
Edizioni Spartaco, Santa Maria Capua Vetere 2008




Leggere compromette la stupidità




ora mi inchiodo questo cartello in casa:
pensando a fare pratica di scrittura
come se scrivere fosse qualcosa che non può mai essere raggiunto, come se dietro ogni parola si dovesse mantenere accesa l’incertezza, e soprattutto, la sicurezza di non essere arrivati mai
bella segnalazione
Quando ho letto questo libercolo l’ho trovato di spaventosa attualità. Sembrava che Stevenson avesse scritto dopo essersi sciroppato un po’ degli ultimi best sellers spacciati per capolavori o libri del secolo…
Comunque, ha ragione. E credo che l’umiltà (e il realismo) di considerare le cose che facciamo sempre in fieri e mai arrivate debordi dal campo della scrittura per invadere qualsiasi altra sfera. Certo, considerata la smania scrittoria dilagante ad ogni livello, resta il campo esemplare.
Mantenere accesa l’incertezza… me la segno.
Che bellissimo post. “Un bagno d’umiltà, il capirlo”.Hai proprio ragione e da tempo io scrivo senza voler diventare scrittrice anche se confesso, una volta lo desideravo. Ora so che non ne sarei all’altezza, ma ugualmente scrivo per imparare, per raccontare e entrare dentro di me e capirmi meglio. E ho sempre due libretti in tasca… li ho davvero da sempre. Bello. Da tempo cerco di passare da te, ma il computer mi si blocca e segnala virus… oggi sono risuscita entrare qua. Un abbraccio e buona primavera, visto che non sono riuscita a dirti buona Pasqua. Giulia
Giulia,
hai detto una cosa di cui sono profondamente convinta. Che, male che vada, lo scrivere, la pratica della scrittura, riesce a farci conoscere meglio a noi stessi. Amo molto gli scrittori che parlando di sé dicono: Sono uno che scrive.
I due libri in tasca ci rendono Stevenson un vero compagno di viaggio, sì.
p.s. Non c’è stata occasione per diversi motivi, ma i miei auguri per te sono qui, anche se in differita.
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Un abbraccio.