Allo specchio
Raccontarsi è un gesto di generosità o di narcisismo?
«L’uno e l’altro. Scrivendo si rimane in bilico fra contemplazione di sé e comunicazione con l’altro. Una strada scivolosa che si riesce a percorrere solo con grande spudoratezza. Io stessa sono stata spudorata a tentare l’operazione di scrivere un saggio usando sempre la prima persona».
Usare la “prima persona” vuol dire affidarsi, consegnarsi a un altro che non conosci: il lettore.
«Accetto il rischio. Scrivendo, io taglio la realtà come mi pare, chi mi legge taglia la storia come piace a lui. È la libertà assoluta, una libertà necessaria. Persino la mia tradizione – che prevede un Dio che ti comanda in ogni tempo e in ogni momento – ti lascia libero di interpretare il testo (anche il testo sacro) come ti pare».
Riuscirebbe a vivere senza scrivere?
«No, io scrivo per bisogno. Ho una vita molto pratica: famiglia, figli, lavoro… una vita qualunque. Ma la realtà è mia soltanto quando la scrivo. Se succede qualcosa che io voglio esista per davvero, allora la scrivo. Non ho mai avuto nessun altro modo di vivere».
Elena Loewenthal
Scrivere di sé
Einaudi, Torino 2007
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Io scrivo, per poter moltiplicare le mie storie.
]
La scrittura è risarcitoria, anche. Verso tutte quelle donne che non ho mai ringraziato abbastanza.
[Grazie, per il "regalo". Un buon inizio di giornata
a.
Propio in questi giorni, da Remo Bassini, si parlava di svelare/tacere nella scrittura:
http://remobassini.wordpress.com/2008/04/21/perche-la-scrittura-nasconde/
e
http://remobassini.wordpress.com/2008/04/21/di-se-e-dei-libri/
Questo brevissimo scambio con E.L. cade a pennello.
Un saluto
Angela,
a me piace anche molto l’idea della Loewenthal a proposito della pagina bianca come unico “modo” di dare battaglia a se stessi. Una scrittura risarcitoria anche così, un intraprendere quel viaggio alla volta di sé al di fuori del quale siamo estranei a noi medesimi.
Arimane,
E mi sono defilata al solo pensiero delle tantissime cose che avrei potuto pensare e dire. Nessuna delle quali di vitale importanza, ovviamente. 
ho visto.
Scherzi a parte, e narcisismo a parte (il fenomeno dei blog scrive da sé un capitolo imprescindibile su questa istanza), credo soprattutto in una cosa, indipendente dalle intenzioni di chi usa la penna: che la scrittura nasconde assai poco ed offre riparo illusorio.
Scrivere rivela sempre e racconta – in prima battuta – di chi scrive, ovunque cerchi di nascondersi.
Un saluto anche a te. Grazie.
“Scrivere rivela sempre e racconta – in prima battuta – di chi scrive, ovunque cerchi di nascondersi”
Soprattutto all’inizio.
Poi si diventa più bravi a nascondersi, no?
Io mi nascondo sempre, dietro la scrittura, e più e più quando sembra che mi riveli. Se non riuscissi a nascondermi, credo che scriverei ancora meno di quanto scrivo.
Forse è per questo che non sono una scrittrice. Perché non mi va di rivelarmi.
Non sei una scrittrice, e neanch’io.
Però sei una lettrice, come me. E quando leggo – anche per mestiere – mi rendo conto che non è solo questione di volontà esplicita di “rivelarsi”: c’è chi sceglie la prima persona, anche nella “finzione”, chi la dissimulazione, chi altri artifici. Ma l’impressione che se ne ricava è – alla fine – rivelatrice. Credo che la scrittura non lasci trapelare solo ciò che si è, ma anche, più semplicemente, il contrario. Parlando d’altro si finisce quasi sempre per parlare di sé, e credo sia una questione di “modo” prima ancora che di contenuti. Non sto dicendo che l’arte coincida con la vita, ma che – spesso – chi scrive si nasconde/rivela non solo dietro le righe ma anche dietro gli spazi bianchi.
p.s. Le opinioni della Loewenthal hanno un peso specifico soprattutto perché si riferiscono ad una questione di identità (ebraica) determinante all’interno del suo scrivere (e in quello di altri notissimi autori), e mi sembravano un ottimo spunto. Ma le digressioni sono infinite.
Grazie Annalisa.
Grazie a Elena Lowenthal, ha dato una definizione meravigliosa della scrittura. Una definizione che mi appartiene.
Quale tra quelle “possibili”?
Scrittura come atto di generosità o narcisismo?
Scrittura come modo di “dare battaglia a se stessi”?
Scrittura come bisogno di “appropriarsi” della realtà?
O come libertà massima?
O tutto questo insieme?
Grazie a te, Laura.
“Ma la realtà è mia soltanto quando la scrivo”…
ecco non proprio mia, ma almeno attraversata, costeggiata, corteggiata….
Io la sento capace di questo, la scrittura.
Sì, almeno averla come compagna di viaggio, la realtà. Poterci camminare accanto, amarne e capirne il “passo”.
Un abbraccio ancora, a te.