In quel fantastico capolavoro architettonico che era la sua memoria doveva aver ceduto un pilastro, e l’intero edificio si era sgretolato.
La quarta di copertina – come spesso accade – inganna: «La storia di un uomo che forse non ha letto tutti i libri, ma che tutti li conosce. Il sovrano di un mondo parallelo – un mondo di carta». Mi appare riduttiva almeno quanto l’opinione di Paola Capriolo nelle colonne del «Corsera» di due giorni fa. Perché Mendel (il libro e l’uomo) non è solo questo. O meglio: non solo questo vi è scritto nella storia e tra le righe che non possa essere percepito, anche dal lettore più distratto.
Tutto inizia – davvero – da una distrazione, sicché viviamo insieme all’io narrante la dimenticanza insieme alla difficoltà nel suo riappropriarsi del ricordo smarrito che tutto – intorno a lui – tende a richiamare alla memoria, il suo incalzare la volontà e il protendersi dei sensi dentro e fuori di sé alla ricerca di un seppur minimo aggancio: «perché la mia memoria è strana, al tempo stesso buona e cattiva, per un verso cocciuta e caparbia, per l’altro indescrivibilmente fedele. Spesso trascina giù per intero nei suoi cupi recessi le cose più importanti, avvenimenti e volti, letture ed esperienze, e di ciò che abita in quel mondo sotterraneo non restituisce nulla senza costrizione, per semplice richiesta della volontà. Mi basta tuttavia trovare l’appiglio più labile – una cartolina, qualche parola vergata a mano sulla busta di una lettera, un vecchio giornale impregnato di fumo…».
È così che Mendel dei libri torna a rivivere per noi in queste pagine, a vent’anni di distanza dai ricordi. Rivive il conoscitore di libri, colui che scova soprattutto le rarità e le cose introvabili e non dimentica «ogni astro nel cosmo eternamente vibrante e costantemente sovvertito di quell’universo cartaceo», l’esperto che di tutti i libri “sa” pur non avendoli letti che esercita la sua attività di rivenditore nell’anomala collocazione viennese del caffè Gluck, sua casa, suo mondo, secondo soltanto a quello che abita nelle pagine dei libri.
Rivive la sua estraneità al mondo esterno, la sua esclusiva dedizione «al rutilante e sfaccettato politeismo dei libri» e alla bellezza di cui essi sono custodi e depositari, la sua speciale virtù fatta di ritualità e concentrazione e somigliante – nell’iterazione dei gesti e nello scomposto dondolio del corpo – ad una preghiera. «Perché lui leggeva come gli altri pregano, come i giocatori giocano e gli ubriachi tengono lo sguardo fisso nel vuoto, storditi». Una concentrazione assoluta – affine alla follia – che è il prezzo e il grande mistero di tutte le cose perfette, che «rende tali l’artista e lo studioso, il vero saggio e il perfetto monomane, la tragica ventura e sventura della piena possessione». Mendel, “ebreo errante”, è una prodigiosa memoria libresca sulla cui tastiera si [ri]compongono cataloghi invisibili e infinite variazioni bibliografiche ma – soprattutto – la salvezza di ciò che è destinato a perdersi.
Con lui – che vive la vigilia della Grande Guerra – queste pagine si intridono della brutalità che sottrae alla propria vita e priva irrimediabilmente delle cose amate, riverberando l’eco di anni difficili, quelli che tra i Venti e i Trenta del secolo scorso alimentarono progressivamente antisemitismo e terrore. Riflettendo la vicenda biografica dell’autore, antiquario, collezionista, fine bibliofilo, ebreo. Con un destino segnato – nel male – da questa identità dai confini mutevoli. Con la premonizione di una follia umana che nella realtà supererà la fantasia.
Intorno a quella “dimenticanza” iniziale riconosciuta come una irrevocabile perdita il cerchio si chiude sul valore della memoria, su quella volontà di sconfiggere “caducità ed oblio” insita nei libri ma anche in chi li ama. La memoria uccisa dalla brutalità, dallo sradicamento e dall’erranza, ma anche quella al centro «del nostro inesausto e indecifrabile bisogno di non essere dimenticati».
…io per anni avevo dimenticato Mendel dei libri, proprio io che avrei dovuto sapere che i libri si fanno solo per legarsi agli uomini al di là del nostro breve respiro e difendersi così dall’inesorabile avversario di ogni vita: la caducità e l’oblio.
Stefan Zweig
Mendel dei libri
Adelphi, Milano 2007
Mi piace questa tua lettura tutta orientata verso i concetti di “oblio” e di “memoria”. Effettivamente leggendo questo libro si tende a concentrarsi quasi esclusivamente sulla “bibliomania” del protagonista…mentre le sfaccettature di significato sono molteplici, hai ragione
A presto! Sere
Cara Sere,
in effetti ciò che mi ha colpito maggiormente di questo breve (e intensissimo) testo è stata la ricorrenza di questo aspetto, che riguarda non solo l’io narrante ma soprattutto Mendel, personaggio per il quale la memoria è tutto, al di là dell’oggetto-libro. Te ne accorgi soprattutto nel racconto del suo sradicamento, nel progressivo spegnersi della linfa vitale che alimentava il suo rapporto con i libri (e con il mondo). Un mondo smemorato è – in fondo – un mondo senza radici, senza storia. Di conseguenza, senza futuro. Credo.
La memoria ci offre la possibilità del riscatto ci permette la riconoscenza postuma.
Ma prima ancora ci “tiene”. Individualmente, senza memoria, ogni mattina, al riveglio, non esisteremmo.
Seguendo questo filo di cui tu dici ho iniziato e terminato, in poche ore, un libro che mi ha fatto piangere a dirotto. Appena chiuso. E non so se sarò mai capace di dirne anche solo poche righe. Ho solo pensato, e detto: «Bellissimo».
È questo –>>>
Grazie Stefania, lo leggerò.
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