Raccontami la notte in cui sono nato

Cop_RaccontamiRaccontami ancora di quando avete preso l’aereo con il mio orso di pezza, raccontami di come tu non potevi fare un figlio con la tua pancia e un’altra donna mi ha fatto con la sua ma era troppo giovane per prendersi cura di me […]
– Non è difficile da spiegare. La mia pancia era rotta e io soffrivo per questo. La tua mamma non poteva tenerti e tu soffrivi per quello. Abbiamo messo insieme i nostri dolori per provare a farne una felicità.
Raccontami ancora della prima volta che mi hai preso in braccio e mi hai detto amore, di come piangevi di felicità. […] Raccontami ancora della prima sera che sei stata mia madre e mi hai cantato la canzone che ti cantava tua madre. Raccontami di quando mi hai messo nel letto. Dai, mamma: racconta un’altra volta la notte in cui sono nato.

(alcuni passi di J.L. Curtis, Tell Me Again About the Night I Was Born trascritti in Raccontami la notte in cui sono nato, di C. De Gregorio, qui)

Certi titoli fanno un lungo viaggio, come certi figli, felicità e dolori. Approdano poi in altri libri, si mescolano alla biografia, all’immaginazione, all’inquietudine, persino alla cronaca, fino a diventare riflessione sulla propria vita, su ciò che è stato e soprattutto sulla storia che manca.

Quella insieme alla quale mancano le istruzioni per l’uso dell’amore, delle proprie inestirpabili radici, di quella forza oscura che governa felicità, rinuncia, perdita. Riflessione sulla reale possibilità di dare un prezzo alle molte cose che non l’hanno. Non quella vita inadeguata di treni persi e obiettivi mancati, di amori sfiorati e glissati e passi trattenuti che chiunque – al tuo posto – sa sciogliere e condurre docilmente verso il traguardo, ma “il resto”, quell’unica storia di figlio senza volerlo, e – senza volerlo – abbandonato. Quella notte di cui nessuno ti ha raccontato.

Poi ho pensato, un po’ per gioco, un po’ per malinconia: e la mia, è una vita che si può vendere? Una vita che si può comprare? A che prezzo? Interessa a qualcuno?

“Facciamo che io ero”. È così che Lucien immagina di poter dare un prezzo alla sua vita e di metterla in vendita come un libro di favole infantili. Barattandola, magari, con una via d’uscita verso la prima stagione della vita. Con una parte in cui tutto torna com’era, o come non s’immagina. Se non in vendita, almeno in prestito: una delega temporanea a Filippo che si appropria dei suoi dati essenziali, di parenti, amici, ex fidanzate, fotografie, giornali, qualche tic, alcuni vezzi e pochi ricordi da tenere in caldo per il ritorno.

In tempo per accorgersi di quante cose abbia lasciato a metà. Di quel dolore/consapevolezza di esistere a intermittenza, alcune volte “preferendo di no”, spesso evitando circostanze prive di un ruolo già sperimentato o di un riparo certo. Specializzandosi nell’attesa, senza essere mai nel presente ma sempre un passo avanti, tutto dentro una frase: non sapere chiedere né dare il cuore.

Sicché il cuore smette di crescere, resta a secco. Forse il vendere, barattare, prestare la propria vita gli permetterà di crescere ancora? Non è così semplice. “Tu credi che lasciare la propria vita a qualcuno sia lasciare un lavoro, una macchina, una casa? una rubrica telefonica? Eh no, ragazzo, ti tocca lasciare su questa strada parecchie altre cose […] devi buttare via tutto ciò che tu chiami il resto”, emozioni, sguardi, musiche condivise, odori, dolori, la tenerezza per tutti gli “io” che sei stato, enumerazioni di piccole cose insignificanti che sono la densità della vita.

Allora capivo che la memoria non si condivide, ricordiamo storie uguali ma in modo diverso, perdiamo ciò che gli altri conservano: anche di noi.

È che non si può né si vuole, è che la vita è insostituibile, non simulabile. È che la fuga – spesso – chiede maggior spazio dentro, non fuori, perché vivere è – spesso – dimenticare di essere nati e perché. È da lì, da quella voragine smisurata che nasce la domanda perché sono qui? perché sono io e non altri? Da lì la voglia di sciogliere il nodo di quella notte e di quella storia, l’unica che manca perché una svolta sia possibile; non devono esservi ombre lì dove la nostra vita è iniziata, dov’è quella donna che ci ha messo in viaggio e a cui è capitato, brevemente nella sua vita, di portare dentro due cuori.

Tra poco sarai fuori di me e non ti avrò più. Sei tu che mi lasci, non io. Mi resta un cuore solo. […] Potevo chiamarti Lucien. Ma come trovare il nome giusto per te senza sapere più il mio? Né riuscivo a ricordare cosa fosse meglio essere: se impiegata delle poste, se zingara, se principessa caduta in miseria, ballerina, cuoca, maestra, se santa o puttana, se un sogno, se nessuno – per farti crescere giusto, per farti crescere bene. Adesso ti lascio qui, e sarò sola. Non sentirti abbandonato, abbandonata sono io – anche da te.


Paolo Di Paolo
Raccontami la notte in cui sono nato
Giulio Perrone Editore, Roma 2008

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7 pensieri su “Raccontami la notte in cui sono nato”

  1. Cara Stefania,
    una persona a me cara ha da poco adottato due bambini colombiani. Un caleidoscopio di emozioni, dolori, mancanze ed entusiasmi. Questo tuo post mi è ora particolarmente prezioso.
    Un saluto caro,
    Simona

  2. Ciao bella.
    Faccio la mamma a tempo pieno, in questo periodo. Mia madre mi ha insegnato che non bisogna smettere mai. E’ un trucco per sconfiggere la vecchiaia. Si prende cura di me e di mia sorella, come se fossimo piccine. Con me, che sono la grande è competitiva, così come fanno le mamme, a volte. Io sto al gioco. Sino a quando lei fa la mamma (spero per sempre), io potrò essere figlia.

  3. Un abbraccio a entrambe e il mio grazie per il vostro passaggio qui. Sono gratificata oltre misura quando una lettura che mi ha lasciato qualcosa incontra – oltre la mia – altre emozioni e altre storie. Le vostre, in questo caso.

    p.s. L’abbraccio – vista la stagione – è caloroso. :D

  4. La vecchiaia non va sconfitta, ma stiamo scherzando? E’ una furbata per continuare ad essere vivi, e non c’è copyright, l’opportunità è a disposizione di tutti, prima o poi. Ho detto tutti e non tutte, perché le signore si sa, compiono ventinove anni e continuano a festeggiare il ventinovesimo complenno tutti gli anni. La furbata massima è quella di una mia amica, che è nata un ventinove febbraio in un anno bisestile. Basta dividere per quattro…
    A parte tutto, avevo ventiquattro anni, e stetti sveglio tutta una notte pensando che il bello della vita era ormai passato. Nossignori (e nossignore). Le cose non stanno così, anche i venticinquenni si divertono!

    grazie e saludos
    Solimano
    P.S. Se passa di lì, salutatemi la Signora Jamie Lee Curtis, a cui sono molto affezionato, motivi nostri.
    P.P.S. Buon Ferragosto (si può dire, Buon Ferragosto? Io lo dico comunque).

  5. Ciao Stefania, scusami se vado ot, ma quello che ho postato oggi lo devo anche a te! Sono felice per questa nuova piattaforma, quella vecchia non riuscivo ad aprirla da mesi.
    A presto, allora
    g.

  6. Caro Solimano, cara G.,
    sono ancora in giro grazie a qualche cambiamento di programma e di mete strappate a questi sgoccioli di ferie ma vi devo almeno un saluto, vista la mia assenza prolungata. Approfitto di un hot spot wi-fi compiacente e rimando aggiornamenti e letture arretrate alla prossima settimana.

    A presto, un abbraccio a entrambi. :D

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