Narrare il tempo

Quelli della serie Seascapes di Hiroshi Sugimoto, che qualcuno ha felicemente battezzato “biografo del tempo“, sono gli antichi mari del mondo, senza rimandi geografici e con la linea d’orizzonte a spartire acqua e cielo sempre a metà dell’inquadratura. Quadri di Rothko più che paesaggi, percorsi dalla purezza delle cose primordiali, sembrano evocare la complementarietà tra estremi, riconciliando il pieno e il vuoto, il tempo e lo spazio, il cielo e la terra.

Il tempo narrato da Sugimoto non appartiene tuttavia all’esperienza o alla memoria collettiva; in questi mari respira la sintonia con il cosmo, il tempo assoluto e solenne di cui sono fatti gli esseri e le cose tutte.

Chiesi a me stesso: può qualcuno oggi vedere una scena allo stesso modo in cui potrebbero averla vista gli uomini primitivi? Sebbene la terra cambi continuamente la sua forma, il mare, pensai, è immutabile.

Tuttavia gli scatti di Sugimoto che per primi ho incontrato e mi hanno letteralmente affascinata sono quelli della serie Theaters, realizzati tra il 1975 e il 2001, nei quali del tempo va in scena il fluire, il suo accumulo misterioso in un unico fotogramma di assenza-presenza. Basta un otturatore lasciato aperto e uno scatto lungo quanto l’intera durata del film. Migliaia di fotogrammi dentro la luminosità abbagliante dello schermo cinematografico trasformato in figura del vuoto. Quel vuoto dinamico all’origine di forma e divenire e delle loro infinite possibilità.

La perfezione nell’arte della spada consiste, secondo Takuan, in questo: che nessun pensiero dell’io e del tu, dell’avversario e della sua spada, della propria spada e del modo di usarla, e persino della vita e della morte turba più il cuore. «Tutto è dunque vuoto: tu stesso, la spada sguainata e le braccia che la guidano. Anzi, non c’è più nemmeno il pensiero del vuoto». «Da tale vuoto assoluto» afferma Takuan «sboccia meravigliosamente l’azione».

(Eugen Herrigel, Lo zen e il tiro con l’arco)

6 responses on “Narrare il tempo

  1. Il vuoto fa paura sino a quando non ci finisci dentro? Ci può stare. Lessi “Lo zen e il tiro con l’arco” dieci anni fa (di più), poi l’ho regalato, come faccio -di solito – con le cose che mi piacciono.
    Di vuoto mi parlò uno psicoanalista, anzi di “sacco vuoto”, di riuscire a starsene come un sacco vuoto, perchè il vuoto si può riempire, come mi disse un amico (psicoanalista anche lui) a proposito della sua casa. Dopo alcuni anni che l’aveva comprata era ancora spoglia, di mobili e oggetti. Un allenamento per l’essenziale.
    Abbraccio

  2. Nulla mi mette angoscia (e stress) quanto il “troppo pieno”. Conosco bene l’accumulo (di dati, informazioni, pensieri, ricordi) ed anche il sollievo che viene dalle pulizie periodiche, dalla potatura, dallo sfrondamento. Mi viene in mente che la memoria che davvero funziona è quella che regolarmente elimina le informazioni ridondanti per conservare solo quelle essenziali.
    Perché il vuoto si può riempire, come ti ha detto il tuo amico.
    Perché dove c’è possibilità c’è futuro.
    Sto dalla parte dell’Oriente, ché il vuoto/nulla “all’occidentale” mi pare miope, satollo e bisognoso di urgenti cure.

    Un abbraccio grande a te.

  3. Bellissima citazione, accoppiata alla foto è perfetta; è quello che vorremmo tutti; non essere frammentati e dislocati, ma provare quello scorrere tra pensiero ed azione senza che una di distingua dall’altro

    un caro saluto

    Stefano

  4. Mi lascio coinvolgere dalle suggestioni… Sugimoto è ipnotico – per me: ha il potere davvero di svuotarti lo sguardo, e dunque di aprire alla massima possibilità. I suoi mari come i quadri di Rothko, sì, ma anche come certe cose di Brice Marden, tipo questo. Forse le suggestioni nascono da bisogni più profondi, non ultimo proprio quello di ricomporre i nostri frammenti ovunque dispersi.

    Grazie, Stefano, a presto.

  5. A te, cara Giulia. È già qualche giorno che ho in animo di scriverti in privato [e lo farò] da quando ho percepito di non esser la sola ad avvertire il “troppo pieno”.
    Un abbraccio, a presto.

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