Stabat Mater
«Signora Madre è notte fonda. [...] Guardate questi fogli, pieni di musica e parole: assomigliano alle mie giornate. Il tempo non è mio, il mio tempo non mi appartiene. Da quando sono nata debbo fare quello che mi dicono qui dentro, e così le cose che mi stanno a cuore devo riuscire a metterle negli spazi che restano, nelle intercapedini che per caso rimangono vuote. Vi penso dove posso, quando posso, fra una cosa e l’altra. Siete talmente importante che vi metto dappertutto. [...] Signora Madre, se vi scrivo anche dentro il pentagramma è perché non trovo altri fogli per voi, ma forse anche perché questa parole sono la melodia del mio pensiero che vi canta».
Càpita di amare un libro in tempi non sospetti, sottotraccia, e d’improvviso ritrovarlo tra premi e lustrini, polemiche e invidie, sulla bocca di tutti, e non riconoscerlo nell’attenzione tributata dalla moltitudine ostinandosi – invece – a farlo nell’esclusività delle ragioni del proprio amore. Francamente le polemiche di queste ore avrebbero un senso solo se servissero a vedere ripubblicata e disponibile l’intera opera di Anna Banti, della quale ho seri dubbi che i più abbiano sentito parlare o magari letto almeno una pagina prima d’oggi. Le polemiche – dicevo – non mi interessano granché, se non per riflettere ulteriormente sul vizio capitale più frequentato tra gli esseri umani e soprattutto tra coloro che scrivono (avendone la stoffa o meno).






Leggere compromette la stupidità






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