Il gran rifiuto

baudinoIl massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento.
(Italo Calvino)

Gli aspiranti scrittori che almeno una volta nella loro vita si fossero visti respingere al mittente il libro della loro vita ed ora inveiscono contro gli editori, massa di abietti e incompetenti nemici della cultura, si consolino pensando a Friedrich Hölderlin, letteralmente sbeffeggiato e portato al delirio da due tipi del calibro di Goethe e di Schiller, o a Herman Melville, collezionista insuperato di rejection slips. Racconta Arthur Conan Doyle come il manoscritto del suo primo libro intorno a Sherlock Holmes tornasse regolarmente indietro «con la precisione di un piccione viaggiatore», naturalmente senza essere stato neppure letto. Ancora, T.S. Eliot, respinto dall’editore inglese Lane con la motivazione preconfezionata per eccellenza («non appartiene al genere che teniamo ad aggiungere al nostro catalogo»), ma certo migliore dell’affilato giudizio di Virginia Woolf su James Joyce. A parte Orwell, la cui Fattoria degli animali subì una vera e propria censura politica. Samuel Beckett, invece, collezionò diversi rifiuti prima di incontrare un editore speciale come Jérôme Lindon e di intraprendere la via del successo con le Éditions de Minuit.

Scopriamo che quella di autori noti e amatissimi è fama postuma – avendo penato un’intera vita senza risultati. Che autori come Proust, bocciato da Gide ma maldisposto a incassare consigli e pareri tecnici, sono propensi a pagare pur di pubblicare, esattamente come fecero Moravia per Gli indifferenti, nel 1929, e Lalla Romano – rifiutata da Einaudi – per il suo Fiore edito da Frassinelli. Che a Nabokov, ormai sfibrato dai buchi nell’acqua e deciso a incenerire il suo manoscritto, viene proposto di “aggiustare” Lolita trasformando la protagonista in un ragazzino di dodici anni destinato ad essere sedotto – da un Humbert “ripensato” come contadino – in una stalla. Riscrivono Carlo Sgorlon, Gina Lagorio, Rosetta Loy. Restano a margine, sopraffatti dall’incomprensione e dall’isolamento, personaggi come Guido Morselli o Luciano Bianciardi.

Ai tanti modi a disposizione di un editore o di un consulente per dire no a un libro – ripercorsi da Mauro Baudino con una carrellata lunga duecento anni – corrispondono spesso ragioni incomprensibili al malcapitato rifiutato. Errori editoriali? Con il senno e le pubbliche scuse di poi e di fronte a certi capolavori forse sì, ma anche – pensando all’oggi – con qualche riserva: a volte un libro non piace – semplicemente – o viene ritenuto non in sintonia con la linea editoriale, o destinato a non vendere.

Quante ne hanno combinate Calvino, Pavese, Ginzburg. Per non parlare di Vittorini, che dichiarò che avrebbe potuto amare Il Gattopardo «solo come opera del passato che oggi fosse stata scoperta in qualche archivio» e dal quale il Fenoglio de La paga del sabato fu messo in croce e allo stremo. Lo stesso Calvino non ebbe l’esordio facile, né gli fu risparmiato – oltre al rifiuto – l’invito a rivedere e riscrivere fino a tre quarti del suo lavoro tacciato di infantilismo e «fretta da bambocciata».

Alla fine del libro sorge il dubbio che in molti casi editori, editor e lettori non avessero poi tutti i torti. A parte la mia personale simpatia verso il Pavese che respinge al mittente la scrittura «isterica, ignorante, snobista e uterina» di Anaïs Nin, dalla corrispondenza di Calvino ai tempi della sua attività presso Einaudi si possono trarre esempi significativi e condivisibili di una sacrosanta “indignazione editoriale” che oggi il narcisismo di molti scrittori metterebbe al rogo: «Il romanzo non mi va – scrive Calvino a Marcello Venturi a proposito del suo Il treno degli Appennini, pubblicato in seguito dopo molte revisioni – [...] soprattutto perché tiri fuori ogni tanto “montagne incendiate dal tramonto”, “aria sfolgorante di luce”, “folto tempio dei pini”. Chi t’ha insegnato a scrivere di questa roba? [...] Non farti prendere dalla fregola di pubblicare [...] aspetta dieci o quindici anni, ma intanto fai delle letture ordinate, studia un po’ bene, capisci un po’ bene cosa vuoi fare».

Piacerebbe pensare all’incapacità e alla superficialità degli editori, dimenticando che da sempre i libri sono accettati o rifiutati non fosse che per l’incontestabile diritto a dire sì o no pari almeno a quello di coltivare un’aspettativa infinita e non sempre giustificata. Soprattutto, dimenticando che non è il libro pubblicato a fare la differenza, ma quello letto e amato. Non il libro che occupa uno scaffale a termine bensì quello che resta nella nostra vita.

Ma che ti piglia? Avertela a male per un manoscritto rifiutato? Ma ti sembra il caso? Fallito: e perché? Falliti sono quei poveretti a cui editori troppo indulgenti – e noi ne abbiamo diversi sulla coscienza, purtroppo – hanno pubblicato i primi libri, e poi non hanno saputo continuare e hanno visto la critica trascurarli, il pubblico dimenticarsi di loro… Quelli sì sono casi tristi. Ma chi può dire di non avere ancora cominciato è libero, ha possibilità che gli altri non hanno… Io continuo a scrivere cose che mi vengono rifiutate, ne ho i cassetti pieni, e sono proprio quelle cui fatico di più, anni ed anni. Se le reazioni dei miei primi lettori non sono completamente favorevoli non pubblico: perché dovrei pubblicare? Farei il mio danno: è un sacrificio, ci ho faticato e sperato, ma si deve pubblicare solo quello che si è sicuri che è compiuto, che ha raggiunto quel che voleva raggiungere. Ho due grossi romanzi nel cassetto: uno scritto dal ’47 al ’49, l’altro dal ’49 al ’51. Adesso ne scrivo un altro, faticosissimo anche questo: chissà se mi riuscirà? Ma sempre ho bisogno di pensare che ho ancora da cominciare a scrivere, che quel che ho scritto finora non conta nulla, è apprendistato, esperimento. Sta’ di buon animo e presto rimettiti a scrivere: scriveremo perché ci piace, soprattutto, anche se si fa fatica.

(Italo Calvino, lettera del 7-8-1954 a Mario Ortolani, da I libri degli altri, ora qui)


Mario Baudino
Il gran rifiuto. Storie di autori e di libri rifiutati dagli editori
Passigli, Firenze 2009

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12 pensieri su “Il gran rifiuto”

  1. Apprezzo in particolare il passaggio dall’immediatamente consolatorio (“se penso a Hölderlin allora il rifiuto incassato assume dimensioni accettabili”) a una riflessione sui reali affetti nella lettura e sulle ‘molle’ profonde che fanno scattare la scrittura vera nelle sue diverse epifanie… rapida, nervosa, sofferta, scavata, terapeutica (penso alle lezioni di Adolf Muschg), fluida, impeccabile, lutulenta e – sì – talvolta anche puntigliosamente irritante.
    Grazie, Stefania!

  2. Per non dire che alcuni “gran rifiuti” vengono esibiti ed imbracciati a mo’ di (squallidi, dico io) alibi da mezze calzette di pennivendoli e pennivendole che sono sin troppo felici di strillare: “Ma pensate che il Gran Tizio venne rifiutato dal Caio! E il Sempronio si vide sbattere la porta in faccia dal Chieracostui! Ecco perchè ammè non mi pubblicano! Non sanno riconoscere i capolavoriiiiiii!”

    I motivi per cui molti che oggi consideriamo grandi autori furono in prima battuta rifiutati, o che spesso pagarono pure di tasca loro per vedersi stampati, o che vennero anche pubblicati, si, ma solo postumi possono essere, come ben dice il libro di cui parli e da quel che ho capito dal tuo post, i più svariati.

    La letteratura non è una scienza esatta.

  3. @ Anna Maria
    Da parte mia, tanto di cappello ai nomi altisonanti che – tuttavia – hanno dovuto incassare l’affronto e la frustrazione di un rifiuto. Ho invece estrema sfiducia nei troppi aspiranti – e a detta loro incompresi – di oggi: capiranno che c’è un altro livello di lettura nella solenne parata di Baudino? Che forse non li si vuole consolare e/o incoraggiare quanto invece dissuadere?

    @ Gabriella
    Già. La letteratura non è una scienza esatta e ad alcuni non par vero di dare dell’incompetente a chi per mestiere fa da necessario filtro tra chi scrive e chi legge. O a chi – semplicemente – segue il proprio gusto, ovvero si lascia attrarre o respingere dalle emozioni che la scrittura trasmette (se ne trasmette). E tante altre cose. I motivi di un rifiuto sono i più svariati, è vero, ma alla fine la cosa migliore sarebbe avere il coraggio di fare autocritica, rimettersi in discussione, abbassare il tiro. Specialmente se non si è Hölderlin, Proust & C. :D

    @ Bobboti
    Infatti. Come si sottintendeva poc’anzi.
    Una logica perversa che aggrava irrimediabilmente la caparbietà, la perseveranza e la resistenza degli aspiranti irriducibili, sostenuti anche – oramai – dalla possibilità di “pubblicare” da sé via web (= definitiva eliminazione dell’ultimo filtro e della sana “indignazione editoriale” di un tempo = consacrazione di capolavori assoluti, come da etimologia). Bah.

  4. Sì, Stefania, il mio grazie è rivolto proprio a te, che con garbata ironia suggerisci una lettura ‘altra’ dei grandi e piccoli rifiuti. Mi rendo conto di essere la solita inguaribile ottimista, probabilmente la lettura sguazzerà compiaciuta nello stagno consolatorio ;-)).

  5. Sono io che ringrazio te (e tutti quelli che passano di qui lasciando la loro opinione). Pochi ma ottimi, anche nel conservare – dei libri – un’idea che solo a prima vista appare anacronistica (un ottimismo che non capisce e non si adegua alle logiche che hanno uniformato verso il basso la qualità della scrittura e della “letteratura”). :)

  6. La lettera di Calvino, le sue riflessioni: a leggerle (e rileggerle) come spia di un’epoca c’è da rimanerci per il regresso in cui siamo precipitati.
    Quell’approccio al lavoro che traspare dalla lettera di Calvino, e che non impedisce (sia chiaro) errori di valutazione, a me pare che indichi ancora quale sia la strada da percorrere, quale l’ambito nel quale ritrovarsi editori, scrittori, lettori.
    Nino

  7. Cara Gabrilù,
    lo si vede anche dalle scelte che condividi in Rete. :D Sostenere il Tempo – come giustamente dici – significa anche sapere che i buoni libri ci sopravvivranno, e avranno bisogno di noi assai meno di quanto noi avremo bisogno di loro.
    Grazie a te, ancora.

    @ aubreymcfato:
    sul serio? :D

    Nino, ben trovato!
    Mi conforta la tua riflessione, un po’ meno quel regresso che è parente stretto dell’incapacità – ormai – di accettare di rimettersi in gioco. Davvero una bella lezione, quella di Calvino, in cui l’esperienza acquisita diventa esperimento, materia incompiuta d’apprendistato che lascia aperte tutte le possibilità all’occasione successiva. Tempi e modi in cui un libro già pubblicato – magari da un editore troppo «indulgente» – non bastava.

  8. aggiungo che, se è triste la sorte di chi vede rifiutata la sua opera, tristissima è quella di chi la vede in libreria (magari pubblicata a sue spese) ma invenduta
    credo in un Paradiso delle Opere-non-pubblicate, in cui Hemingway, Virginia Woolf e Diderot offriranno un thè a tutte quelle e quelli che soffrirono in questa vita e dove Vittorini e Tomasi di Lampedusa faranno pace

  9. Proprio così, Marco: una qualsiasi opera dell’ingegno è un corpo morto tanto se resta in un cassetto quanto – seppur con un bell’abito “pubblico” – se non circola. La diffusione della pubblicazione fai-da-te, ad esempio, ha contribuito ad alimentare l’illusione che basti trasformare un manoscritto in fogli stampati e rilegati perché si emerga dal mucchio. Non basta uno scaffale di libreria, né una vetrina virtuale. Ma, da lettrice, penso anche che non basti neppure una pubblicità martellante, ovvero che non sempre i libri venduti in migliaia di copie siano del “buoni” libri. A fare la differenza, quasi sempre, è il tempo: come dicevo, i libri destinati a restare sono quelli che i lettori hanno amato e che – più che stare in vetrina o negli scaffali – ritornano.

    In questo permanere, come nell’idea di quel Paradiso, i nodi veri o presunti vengono al pettine e si riconciliano persino le incomprensioni, al di là del giudizio severo o indulgente raccolto a suo tempo. :)

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