Sono giorni in cui la parola tempo ricorre insistente, riaffiora ogni volta che ci si [sof]fermi, occhieggia tra le righe di letture capitate per caso tra le mani. È il tempo, in versione una e duplice, ad essere la chiave di questo libretto denso e spiazzante, invitando a rileggere le riflessioni attente e originali che il saggista e critico francese Maurice Blanchot dedicò al tema dell’amicizia.
Dal rapporto di amicizia tra Maurice Blanchot e Dyonis Mascolo nascono le pagine di Bruno Moroncini, che riprende il tema preoccupandosi di legarlo alle particolari circostanze storiche e alla loro portata di passaggio epocale. È il disastro del XX secolo lo sfondo di questa amicizia e lo spartiacque tra le riflessioni, senza il quale è incomprensibile la posizione di Blanchot, in bilico tra «speranza senza speranza», rottura, separazione e perdita irreversibile. Un disastro, quello di Auschwitz e dintorni, che solo la vera amicizia sa assumere in sé, conciliando l’inconciliabile e l’incompatibile di un “prima” e di un “dopo”.
In termini più generali la vera amicizia, letta attraverso Blanchot, vive di scarti, alterità, separazioni. Spesso anche di dimenticanze. Non gode di colpi di fulmine («Si era amici e non lo si sapeva»), né è facile capire quando scatti la scintilla del ri/conoscimento reciproco. Incerta negli esordi («Se si vuole che un’amicizia sia una vera amicizia è necessario che il primo incontro sia un incontro mancato [...]: l’altro deve venire come una sorpresa o come un ladro»), l’amicizia deve la costanza e la durata del rapporto allo scorrere del tempo e al suo lento lavorare sottotraccia, con un incedere – non indolore – che dà forma «allo iato incolmabile che si apre tra il passato e l’avvenire, è il computo delle perdite che non verranno risarcite, delle omissioni che non saranno riparate, è la misura dell’irreversibilità del cambiamento».
Ancora e sempre il tempo, un tempo non qualunque (per un Blanchot che nel disastro ha sfiorato la morte ed è figlio della sua mancata esperienza) che deve passare prima di scoprire che «si era amici». E quell’impossibilità di simmetria e reciprocità tipiche della φιλία (il “darsi del tu”) di un’amicizia disastrosa che presuppone la morte e l’abbandono e si regge – con un doppio movimento – anche sulla differenza e la discrezione. Soprattutto sulla distanza: «la distance infinie, cette séparation fondamentale à partir de laquelle ce qui sépare devient rapport». Tanto da sigillare ogni riflessione con il più terribile dei paradossi: «vera amicizia è solo quella che sa dirsi addio».
Bruno Moroncini
Gli amici non si danno del tu
Cronopio, Napoli 2011