Al mattino, il ragazzo era azzurro e il mare, anch’esso azzurro, risplendeva.
A proposito di mondi paralleli. A volte costruiscono destini che sono frutto di sortilegi, altre ancora lasciano scappare storie spaventate che si dibattono nelle vite degli uomini nello sforzo di liberarsi, o si incastrano nel punto esatto in cui convergono religiosità, superstizione e irrazionale per intrecciarsi con le relazioni umane e la loro dimensione sociale. Qualcuno riesce persino a coglierlo, questo soprannaturale quotidiano, a trasformarlo in scrittura che sappia di racconto popolare ma anche di poesia, al di là di ogni etichetta, realismo magico o reale meraviglioso che sia.
Mi sono imbattuta in questa storia ricca di spunti poetici e fantastici per caso, come sempre. Risalendovi da un’affermazione dell’autrice raccolta in un’intervista: Não tenho grandes relações com o real. Mas o real é a grande instituição, é o grande colete que nos vestem quando nascemos e é o grande tirano com quem temos de lidar todos os dias. Il titolo non svela alcunché, se non la qualità illegittima della nascita di Moisés, il protagonista cui il destino ha riservato la ricerca del padre e l’incontro a sorpresa con le energie vitali che scorrono sotto la crosta sottile del mondo.
E qui viene il bello, e l’inatteso. Moisés – che nel nome riecheggia biblicamente la condizione di colui che viene affidato alla terra dalle acque – parte lasciandosi alle spalle la sua città per raggiungere il mare e dare corpo ad un miraggio fascinoso che affonda le sue radici nel mito. «Il mare entrò nella mente di Moisés, lì dove Dio non gli aveva concesso di entrare» insieme ad una sete di conoscenza da novello Ulisse che non gli dà pace. Un mare fatto dapprima solo delle parole dello zio Cruz, che comincia a raccontargli di spiagge e di sirene e «di un azzurro che non finiva mai, più intenso dell’azzurro del cielo», poi dai suoi stessi pensieri, fino a prendergli l’anima, «abusivamente».
Fino a diventare unico senso di marcia, direzione, termine del viaggio: «Il sole, quando scende, scende in mare». Se/duzione – in senso etimologico – desiderio e delusione, partita vinta da sirene archetipiche incapaci di malìa che non hanno coda di pesce bensì corpo d’uccello. O forse solo verità amara – scoperta di un immaginario che non corrisponde a quello che ci eravamo prefigurati – quella che insieme alle risposte è nascosta dietro ogni segreto prezioso.
Perché questa è una storia sul potere del desiderio, su quel qualcosa che ci chiama e che siamo pronti a seguire non sapendo dove ci condurrà, salvo scoprire – poi – che origine e destino coincidono. Quasi una favola – una bella favola azzurra – dove la saggezza è prodiga senza tuttavia svelare del tutto il mistero delle cose antiche e oscure che origine e destino alimentano, pur senza mutarli.
Hélia Correia
Bastardia
Caravan Edizioni, Roma 2011
