Per ogni Giuditta, Ruth, Deborah, Rachele, Anna c’è sempre una collina su cui riposare e dove essere ricordate senza mai invecchiare. C’è una nuova Spoon River che ne racconta paure e desideri sfidando oblio e fatalità delle vicende umane. Tra le tante immagini del viaggio/pellegrinaggio raccontato in questo libro ne ho scelta una che mi ha particolarmente colpita. Un’immagine che ci porta a Cracovia, in quella che un tempo si chiamava piazza della Concordia (Plac Zgody), finché la concordia non venne riscritta dall’orrore. Oggi è occupata da una serie di grandi sedie, come se i tanti portati via potessero finalmente tornare e lì riposarsi, e magari raccontare ai passanti che è stato tutto soltanto un pessimo sogno. Enormi sedie vuote in attesa di un ritorno che non ci sarà mai.
La memoria è un bene prezioso perché arricchisce la nostra fantasia e garantisce la nostra identità. La letteratura, tutta, da Omero ai giorni nostri, è memoria, la memoria dei sentimenti e delle passioni di chi ci ha preceduto. Riconoscendo in noi quei sentimenti ci ricolleghiamo all’umanità che ci ha preceduto. La letteratura è dunque la memoria che ci fa più umani, e nelle varie forme in cui ci è arrivata costituisce la nostra tradizione, quella a cui volendo o non volendo continuamente ci riferiamo. Ogni scrittore intinge la madeleine nella sua tazza di tè, e poiché il vero protagonista di ogni romanzo è il tempo, è con la memoria che inizia la sua recherche. Senza questa memoria del passato noi non avremmo nemmeno un presente, non sapremmo chi siamo. Per sapere chi siamo dobbiamo sapere chi siamo stati.
(Raffaele La Capria, Esercizi superficiali)
