Vicolo del Precipizio

Cortona è il profumo dell’olio d’oliva sul pane, è il volto duro di vecchi che giocano a carte in un bar e che ti guardano male se entri e vedono che non sei del posto, Cortona è com’era mia madre fino a poco tempo fa, ha il tempo contato, Cristo, perché il mondo sta correndo troppo e sta perdendo la memoria.

Nei rituali di Tiziano, scrittore riluttante e ultimo nato dalla penna di Remo Bassini, c’è un’esattezza quasi maniacale e inquietante: nella mano che sorregge la tazza di caffè – non un coccio qualunque, ma un relitto di tempi altri – in quella che trincia i Toscani, nei capelli lavati di fresco, nella compagnia della gatta, nel ticchettio dei tasti del computer, nella notte sgranata al minuto e attraversata maneggiando fotografie, voci, fantasmi, nel «vivere come se scrivesse anche quando non scrive».

Tiziano, esatto eppure sfuggente, notturno, umbratile, «scrittore fantasma che da poco sta tentando di scrivere dei suoi fantasmi» “leggendo” la vita, un mestiere di ghostwriter che da solo vale il cono d’ombra che lo avvolge, sceglie la notte per partire alla ricerca della propria identità addentrandosi «in territorio nemico», scandagliando attraverso una scrittura per e contro di sé donne/amori, fantasmi, finzioni e ricordi. Ricordi. Tiziano è in quel «certo punto della vita» in cui ci si accorge che, a voltarsi indietro, restano solo quelli. Ricordi che «van dove vogliono loro», che il tempo modifica continuamente e, se non li fermi, saranno perduti per sempre. Ricordi che a vent’anni di distanza scopri di non aver mai avuto in comune neppure con il tuo grande amore. Ricordi feroci come schegge sulla nudità imbarazzante – ma voluta – rivelata dal procedere della scrittura, contro cui si accaniscono soprattutto – ancora una volta – nomi e figure di donna: la Stefania, la Mimma, l’Andreina, Lucetta… Volti e storie. E Magda, Cristina, Alice: tre declinazioni della stessa ossessione, della medesima incapacità di farsi piacere le cose senza necessariamente perderle – o distruggerle – perdendo anche un po’ di sé.

Ricordi che nella notte qualunque in cui Tiziano decide di tornare a scrivere sono post-it vuoti allineati nella bacheca della sua mente: pagine bianche dalle infinite possibilità in attesa di essere riempite di infanzia e giovinezza, personaggi (il padre, la madre e “l’altra mamma”, il nonno mangiapreti, gli amici di sempre, gli amori perduti, rimpianti o maledetti, e una folla di comprimari, vizi e passioni di cui è difficile sapere se sia la letteratura ad attingere alla realtà o viceversa), voci e storie di paese, zone d’ombra che sono ferite antiche e insanabili che appartengono a quella vita al cospetto della quale – pur di non pensarci – ti giri dall’altra parte. Tutto ciò che sfugge – e nel contempo preme – sull’orlo del precipizio.

In questo senso le pendenze non sono solo questione di forza di gravità, e vicolo del Precipizio non è soltanto un angusto e ripido susseguirsi di scalini che nel cuore dell’antica Cortona precipita fino a “ruga piana”. C’è davvero aria di qualcosa in sospeso in quelle pendenze, nel luogo reale e metaforico in cui si incontrano lo scrittore intento a interrogarsi sul senso della scrittura e l’uomo spinto dalla necessità di ricordare, fare chiarezza in se stesso, regolare i conti con il passato, e magari assolversi. Come se ricordare e scrivere (non è forse la creatura di Bassini protagonista e scrittore al tempo stesso?) confluissero nell’unico intento di recuperare e trattenere i ricordi, perché non precipitino, proprio lì dove Tiziano ha lasciato precipitare Mariano e Cristina, le pagine più belle della sua vita, le più difficili da scrivere.

È un territorio di confine, Vicolo del Precipizio: chi sia lo scrittore in rotta di collisione con i meccanismi del mercato che propone una seria riflessione sulla scrittura e l’editoria, e chi l’uomo partito alla volta di sé – ricordando e scrivendo – non è facile dirlo. Perché la dissimulazione stempera i confini tra Bassini e il suo personaggio: a Tiziano il mondo dell’editoria non piace, ma sente la necessità – dopo aver pubblicato racconti e voci rubate alla strada e alla vecchia osteria – di tornare a scrivere qualcosa di più ampio respiro che sia anche una riflessione sul complesso universo che rende marcio il mestiere di scrivere. Sul valore terapeutico, di questo scrivere facendosi del male. Sulla consapevolezza che servano motivazioni e veleno «da chetare scrivendo». Soprattutto, sull’inconsistenza delle verità raccontate, «bugie credibili», da vero scrittore, mica fantasia o creatività, perché «quello che scrivo è tutto inventato e tutto vero».

È omaggio e viaggio nella memoria, quest’ultimo libro del Remo Bassini collezionista di attimi, in cui anche la cifra inconfondibile dell’autore si apre a soluzioni nuove. È gioco di ritmi che corrono, arrancano o si spezzano insieme alle ossessioni della mente, per pacificarsi e allentare la tensione solo nel flashback del racconto. È gioco di coincidenze autobiografiche e di rimandi “interni” (a precedenti libri) fin troppo semplici da riconoscere eppure mai scontati: i luoghi (come Torino, e Cortona, protagonista amatissima e assoluta capace di fluire continuamente nel presente insieme al passato, e con le sue voci nella voce narrante), il silenzio e la notte fatta di portici, bar e silenziosi osservatori nell’ombra, certi rituali propiziatori (sigari, caffè, gatta, cibi fast) e certi “percorsi” dentro la scrittura e i suoi fantasmi, non ultima l’attitudine amorevole nata da un quaderno di ricordi e storie cortonesi, eredità di «una cultura contadina che ha il racconto nelle sue vene».

Innegabile l’eco del Quaderno, con il ritmo delle voci che è il ritmo del libro, e del “libro nel libro”. Nel loro alternarsi (Tiziano che scrive storie e il narratore che racconta il procedere della sua scrittura, affiancato – nella lettura e nell’osservazione esterna – dal lettore ma anche da Alice, la dirimpettaia insonne e curiosa, donna “giusta” nel momento sbagliato sia della vita di Tiziano che del libro in fieri) il racconto “si fa” sotto i nostri occhi, fino allo spiazzamento conclusivo, in cui realtà e finzione sono parole vuote di senso. Ma quello messo in scena da Vicolo del Precipizio non è un film, è la vita, quella piena di discorsi interrotti e di finali non scritti.


Remo Bassini
Vicolo del Precipizio
Perdisa Pop, Ozzano dell’Emilia 2011

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