Uomini di mare

Due pescatori intenti in gesti apparentemente meccanici, concentrati sulle smagliature di una rete infinita, massa vaporosa in cui nessuno saprebbe mettere le mani senza aggrovigliare irrimediabilmente la sua trama sottile. Piegati, assorti, indifferenti allo sciamare vociante addensato loro intorno in un pomeriggio come quello appena trascorso, di estate ancora non vinta, di sature luci aranciate e lavate dalla brezza più fresca della notte.

Due figure così, antiche eppure dell’oggi, con i volti bruniti e solcati da rughe saline, accomodati alla meglio in un continuo e instabile oscillare al ritmo delle increspature marine, accoccolati sulle banchine o sui bordi di gusci che portano i nomi delle loro donne, mi riportano sempre all’icona degli uomini di mare.

Di quelli che ho incontrato nella vita e nei libri, non tutti vanno necessariamente per mare per guadagnarsi la vita. Né sono tutti paragonabili ad Ulisse, al capitano Nemo, a Lord Jim o al capitano Achab. O ai protagonisti più comuni e quotidiani delle storie di nove narratori latinoamericani raccolte semplicemente sotto il titolo Storie di mare, che pure restituiscono una più abbordabile suggestione e magia confermando l’inesauribile rapporto tra mare e letteratura, fecondo e misterioso oggi come in passato.

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