Il massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento.
(Italo Calvino)
Gli aspiranti scrittori che almeno una volta nella loro vita si fossero visti respingere al mittente il libro della loro vita ed ora inveiscono contro gli editori, massa di abietti e incompetenti nemici della cultura, si consolino pensando a Friedrich Hölderlin, letteralmente sbeffeggiato e portato al delirio da due tipi del calibro di Goethe e di Schiller, o a Herman Melville, collezionista insuperato di rejection slips. Racconta Arthur Conan Doyle come il manoscritto del suo primo libro intorno a Sherlock Holmes tornasse regolarmente indietro «con la precisione di un piccione viaggiatore», naturalmente senza essere stato neppure letto. Ancora, T.S. Eliot, respinto dall’editore inglese Lane con la motivazione preconfezionata per eccellenza («non appartiene al genere che teniamo ad aggiungere al nostro catalogo»), ma certo migliore dell’affilato giudizio di Virginia Woolf su James Joyce. A parte Orwell, la cui Fattoria degli animali subì una vera e propria censura politica. Samuel Beckett, invece, collezionò diversi rifiuti prima di incontrare un editore speciale come Jérôme Lindon e di intraprendere la via del successo con le Éditions de Minuit.
E io a lui: “I’ mi son un che, quando
Nella prima 

Due pescatori intenti in gesti apparentemente meccanici, concentrati sulle smagliature di una rete infinita, massa vaporosa in cui nessuno saprebbe mettere le mani senza aggrovigliare irrimediabilmente la sua trama sottile. Piegati, assorti, indifferenti allo sciamare vociante addensato loro intorno in un pomeriggio come quello appena trascorso, di estate ancora non vinta, di sature luci aranciate e lavate dalla brezza più fresca della notte.

L’uomo che con
Una volta a Paumanok,