Pagine di angeli e dèmoni, di cadute e salvazioni. Spade sguainate e giorni ultimi, bilance e apparizioni. Cieli e fiamme sovrapponibili, in un immaginario coincidente che figura entità e luoghi mai o non già esperiti, tra vita e morte, morte e aldilà. Resta il bisogno e la necessità dell’angelo, il rinnovarsi dell’anelito al suo manifestarsi.
Un’apparizione attesa, preparata con cura nella descrizione minuziosa dello spazio della sua camera, spogliando i muri con lo sguardo, fino a vederli muovere. Ma non di apparizione salvifica si tratta, bensì di inanimata presenza strappata alla prua di una nave, della ragione incomprensibile per la quale si è destinati a non capire la propria deriva.
Un racconto terribile, che contiene il senso del pessimismo più irredimibile: la salvezza esiste, ma non ci riguarda. Con lo sguardo di Kafka che ci disabitua all’abituale: anche l’angelo non basta nominarlo, ché è necessario invece descriverlo in tutto il suo orrore ambiguo perché possa essere compreso.
Penso che dovremmo leggere solo il genere di libri che ci pugnalano e ci feriscono… abbiamo bisogno di libri che ci colpiscono come un disastro, che ci affliggono profondamente, come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come esser relegati in foreste lontane da tutti, come un suicidio. Un libro deve essere la scure che fende il mare ghiacciato dentro di noi.
(Franz Kafka, Lettera a Oskar Pollak, 27 gennaio 1904)