Altri varchi

Esistono fotografie che prendono le distanze dalla logica puramente affermativa e non si accontentano della superficie delle cose, aprendosi bensì al mistero che attraverso le cose si fa visibile rivelando i paesaggi dell’anima. Immagini che tra visibile e invisibile riescono ad aprire un varco rendendo “esterno l’interno delle cose” – quasi come l’oro stretto nel pugno di Nagasawa.

Esemplare è la riflessione di Giovanni Chiaramonte – radicata nella tradizione delle icone di Rublëv e negli occhi di Tarkowskij – la sua attenzione mai destinata ad un oggetto preciso quanto a un mondo aperto e sospeso popolato da cose che alludono ad un inequivocabile “al di là da sé”.

Continua a leggere

Lezioni d’autore

«Gli angeli di Swedenborg possono fare a meno delle parole» e tuttavia con le parole condividono il senso foriero, multiforme, enfatico o amorevole, spesso in apparenza lontano. Sicché occorre tornare sui banchi con la buona disposizione a sentirsi principianti della comunicazione, pronti a ridisegnare geografie immaginarie e alfabeti delle nostre vite.

Parole e immagini per trentasei lezioni: tante pare bastino a dialogare con gli angeli senza sentirsi fuori posto. Parole, gesti, materia dei sensi e persino silenzi per una lingua universale che insegni a riconoscere un frullo d’ali prima di indossarlo. Parole e immagini per un viaggio sui binari paralleli del sogno e del presagio, a mezz’aria tra un volo basso e il pericolo di bruciarsi le ali.

Continua a leggere

Epifanie

Pagine di angeli e dèmoni, di cadute e salvazioni. Spade sguainate e giorni ultimi, bilance e apparizioni. Cieli e fiamme sovrapponibili, in un immaginario coincidente che figura entità e luoghi mai o non già esperiti, tra vita e morte, morte e aldilà. Resta il bisogno e la necessità dell’angelo, il rinnovarsi dell’anelito al suo manifestarsi.

Un’apparizione attesa, preparata con cura nella descrizione minuziosa dello spazio della sua camera, spogliando i muri con lo sguardo, fino a vederli muovere. Ma non di apparizione salvifica si tratta, bensì di inanimata presenza strappata alla prua di una nave, della ragione incomprensibile per la quale si è destinati a non capire la propria deriva.

Un racconto terribile, che contiene il senso del pessimismo più irredimibile: la salvezza esiste, ma non ci riguarda. Con lo sguardo di Kafka che ci disabitua all’abituale: anche l’angelo non basta nominarlo, ché è necessario invece descriverlo in tutto il suo orrore ambiguo perché possa essere compreso.

Penso che dovremmo leggere solo il genere di libri che ci pugnalano e ci feriscono… abbiamo bisogno di libri che ci colpiscono come un disastro, che ci affliggono profondamente, come la morte di qualcuno che amiamo più di noi stessi, come esser relegati in foreste lontane da tutti, come un suicidio. Un libro deve essere la scure che fende il mare ghiacciato dentro di noi.

(Franz Kafka, Lettera a Oskar Pollak, 27 gennaio 1904)