Sanno fare anche questo, i libri. Richiamare alla memoria profumi svaporati e annidati chissà dove tra le pieghe della mente o del cuore, grazie al loro odore. Dire che l’odore dei libri sia un ricordo racconta di intersezioni perdute e poi riemerse, certo, ma all’opposto – anche – che i libri freschi di stampa non lo possiedono più, quasi che la carta, l’inchiostro, la colla abbiano smesso di appartenere alla loro storia e che – se ci sarà una storia – questa sarà tutta da scrivere nel rapporto esclusivo e “fisico” con il lettore.
Sarà per questo che i libri antichi, quelli vecchi e mortificati dalla nostra dimenticanza, quelli amati per una breve stagione e poi mai più riaperti benché riposti con cura in una biblioteca, al pari di quelli continuamente ripassati dal contatto irreversibile con la pelle e dalla traccia delebile della matita, sono intrisi in modo speciale dello spazio e del tempo che hanno attraversato.
Sono i libri a dar forma all’esistenza confondendo le menti, a sottrarre ed aggiungere brani di identità lasciando che nelle pagine si identifichino i giorni del lettore e la sua biografia coincida con una infinita serie di citazioni. La follia di