Brave ragazze

Jamais fille chaste n’a lu de romans, et j’ai mis à celui-ci un titre assez décidé pour qu’en l’ouvrant on sût à quoi s’en tenir. Celle qui, malgré ce titre, en osera lire une seule page est une fille perdue.
(Jean-Jacques Rousseau, Julie ou La nouvelle Héloïse)

Tornano le donne che leggono, sempre più pericolose. Tornano a sfilare più fiere e audaci che mai, grazie al museo immaginario allestito anche questa volta dal medesimo curatore, ed anche questa volta – nell’edizione italiana – corredato da un’inutile prefazione nostrana. Mentre sono sufficienti le pagine firmate da Stefan Bollmann (evidentemente lettore “scafato” senza la necessità di proclamarlo) con un titolo accattivante preso in prestito da Menandro – chi sa leggere ci vede due volte – a catapultarci fascinosamente dietro le quinte di quel che accade nel libro.

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L’ultimo lettore

La lanterna di Anna Karenina non è la lampada di Diogene benché entrambi cerchino un senso. Ciò che fa la differenza non è semplicemente la luminosità/oscurità ma la direzione in cui i segni orientano la ricerca. Anna è una delle tipologie di lettori – tra personaggi reali ed immaginari – che si raccontano nelle pagine di questo libro. Uno dei tanti modi possibili di leggere (senza essere filosofi), di possedere una connaturata e indispensabile lentezza, di essere “fuori tempo”.

D’altronde l’ultimo lettore – per eccellenza don Chisciotte, lettore persino «dei fogli stracciati che ci sono in strada» – è sempre inattuale, sostiene l’autore. Perché è colui che “arriva tardi”. Cerca e trova nelle pagine scritte un senso sul quale costruire la propria vita. Intravede tra le righe nuove connessioni e coglie significati nei luoghi inediti prodotti dal suo lèggere. Mentre la letteratura sospende l’esperienza ricomponendola altrove, in altro luogo ed altro tempo, in un diverso racconto, necessario alla comprensione dei nessi sottesi alla logica del reale.

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Finzioni e follie

Le riflessioni di Marzia nel suo commento al mio precedente post mi inducono a raccogliere alcuni tra i tanti foglietti di appunti in materia di follia di don Chisciotte e di labili confini tra realtà e fantasia, tra autore e creature di penna. Solo alcuni, i primi che rispondono all’appello sbucando dalle tasche…

«Ricordo, per esempio, l’attento commento di Lerner sulla biblioteca di don Chisciotte, che il curato e il barbiere decidono di murare per contenere la sua pazzia. Da solo, mi misi quasi a piangere quando lessi del vecchio cavaliere che saltava giù dal letto in cerca dei suoi libri, incapace di trovare la stanza dove li teneva. Era il mio incubo: svegliarmi e scoprire che il posto in cui tenevo i libri era scomparso, e sentire che non ero più quello che pensavo di essere».
[Alberto Manguel, Diario di un lettore]

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Patologie ex libris

Sono i libri a dar forma all’esistenza confondendo le menti, a sottrarre ed aggiungere brani di identità lasciando che nelle pagine si identifichino i giorni del lettore e la sua biografia coincida con una infinita serie di citazioni. La follia di don Chisciotte è nata in biblioteca, e pure quella di Montaigne e di Winckelmann. E ancora continua a nascervi.

Dal piacere del testo e dell’oggetto proliferano scrittori assassini e libri che uccidono, libri mai nati eppure necessari e sognati, e libri barriera tra sé e il mondo, perché si realizzi il privilegio di un colloquio intimo ed esclusivo con interlocutori di ogni tempo e perché la coincidenza tra il bibliofilo e i luoghi dei suoi libri non lo renda vulnerabile, leggibile e percorribile come la biblioteca stessa, scoprendo dietro all’ossessione della morte una sostanziale paura di vivere.

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