Imago coeli
Galileo
Immagini dell’universo dall’antichità al telescopio
Firenze, Palazzo Strozzi
fino al 30 agosto 2009
Nell’anno dedicato all’astronomia e a Galileo Galilei c’è tempo ancora fino alla fine del mese per non lasciarsi sfuggire l’omaggio di Firenze all’uomo che, con le sue scoperte, rivoluzionò il modo di pensare e interpretare il creato, sconvolgendo la concezione astronomica corrente e sovvertendo la filosofia aristotelica.
Di Augusto l’eletto, si diceva che avesse il corpo chiazzato di macchie congenite sparse sul petto e sul ventre: sette macchie disposte, si diceva, nell’identico modo “delle sette stelle dell’Orsa“.
Das letzte Stück
«Adesso che E la nave va è finito, non sono più in grado di dire quale era il sentimento originario. Ricordo che parlavo di personaggi dal fascino struggente, come quello che hanno le fotografie di persone sconosciute. Dicevo di voler fare un film con lo stile delle prime pellicole, che doveva essere tutto in bianco e nero, anzi rigato, con macchie di umidità, come in un reperto di cineteca. Un falso, insomma, e proprio questo mi seduceva, perché penso che il vero cinema debba essere così. Forse questa volta ho impiegato un pochino più di tempo nella scelta delle facce. Mi pareva di aver bisogno di volti che potessero verosimilmente sembrare quelli di persone che non esistono più, scomparsi nel tempo, e che ci toccano, ci incuriosiscono, perché quel modo [...] di remota lontananza, di toccante estraneità [...] di fissarci con uno sguardo perduto per sempre, con la voglia di rivelarci il senso di una storia, il racconto di un’esistenza».
(Federico Fellini, L’arte della visione, Donzelli, Roma 2009)
How long
Torino, Fondazione Merz
9 aprile – 7 giugno 2009
“Per anni non ho avuto uno studio. Raccoglievo il polline dall’inizio della primavera fino ad agosto-settembre e poi, in autunno inoltrato, cominciavo ad essere davvero libero, non essendo legato ad alcuno spazio. Il mio studio era lì dove raccoglievo il mio polline“.
Quanto tempo richiedono centinaia di piccole montagne di riso e una linea di piramidine di polline, una materia fluttuante, provvisoria, lieve, una materia che l’artista non crea, naturale eppure fuori della natura? Tanto tempo e pazienza. Una liturgia di gesti. E mani che reinterpretino le forme e ridistribuiscano le sequenze, scrivendo brani di tempo e di spazio nuovi. E riso che non sia più cibo per il corpo ma qualcosa che appartiene all’armonia dell’universo e delle sue leggi.
Che cosa sarebbe la virtù senza la pazienza? Soltanto buon carattere. Ma in un certo campo di attività questo non basta e non rende. Può addirittura essere letale. Un certo campo di attività richiede pazienza, un mucchio di pazienza. Forse perché è l’unica virtù facilmente riconoscibile in un certo campo di attività, quelli che vi lavorano coltivano la pazienza in tutti i modi possibili, ossessivamente.
(Iosif Brodskij, Profilo di Clio)
Terrae motus
Quella notte stessa ricevetti le prime telefonate. Gli artisti chiedevano: possiamo fare qualcosa? Subito ebbi l’idea che l’arte c’entrava in qualche modo. Si doveva rispondere all’evento catastrofico. C’era dell’energia nell’arte, tanta energia da potersi contrapporre a quella scatenata dalla Terra.
[Forse perché la mia storia personale ha una familiarità irrisolta con i terremoti e con le emozioni laceranti che questi eventi portano con sé. Forse perché tra il 1976 e il 1977 – al seguito del lavoro di mio padre – ero in Friuli e nel 1980 tra Irpinia e Basilicata a toccare con mano le macerie, le cose deprivate del loro nome e la vita che se n'era andata. Forse perché ricordo nei polmoni l'odore di polvere, briciole e silenzio che non ha uguali, lo stesso che emanano le centinaia di immagini che scorrono davanti agli occhi da ore. Forse. Ma è da stamane all'alba che la medesima emozione mi preme nuovamente addosso, e non solo per la consuetudine e l'affetto che mi legano alle terre d'Abruzzo. Forse perché ogni terrae motus non solo interrompe bruscamente storie ed esistenze ma costringe a guardare senza filtri le nostre barchette fragili, i gusci di noce inadeguati con cui affrontiamo il mare aperto. Ci sfolla tutti, ci rimette raminghi a transitare sotto il cielo, senzatetto. Ospiti, cittadini aggiunti, ultimi inquilini]
Dov’è quella stanza, ragazza di autunno dell’80?
Ogni vento portava la polvere di tufo
scossa dal terremoto e strofinata in faccia.
Dov’è la tua schiena al soffitto, arrossata
per le carezze di carta vetrata del giovane amaro?
Dopo di te cent’anni di pazienza.
Ora tra noi si recita l’età,
per disgusto di essere attraenti.
Qualunque destino è stato minore, perduto il migliore con te.
(Erri De Luca, ivi)
Altri varchi
Esistono fotografie che prendono le distanze dalla logica puramente affermativa e non si accontentano della superficie delle cose, aprendosi bensì al mistero che attraverso le cose si fa visibile rivelando i paesaggi dell’anima. Immagini che tra visibile e invisibile riescono ad aprire un varco rendendo “esterno l’interno delle cose” – quasi come l’oro stretto nel pugno di Nagasawa.
Esemplare è la riflessione di Giovanni Chiaramonte – radicata nella tradizione delle icone di Rublëv e negli occhi di Tarkowskij – la sua attenzione mai destinata ad un oggetto preciso quanto a un mondo aperto e sospeso popolato da cose che alludono ad un inequivocabile “al di là da sé”.
Altri vuoti
A proposito di vuoto.
La prima scultura di Hidetoshi Nagasawa, l’artista dei giardini, ha qualcosa di familiare ed intimo per ciascuno di noi. Basta pensare a quante volte, inconsapevolmente, abbiamo prodotto la stessa forma (“invisibile” per sua natura) stringendo tra le mani una materia docile come la sabbia bagnata o la mollica di pane.
Si chiama Oro di Ofir (1971), è fatta d’oro puro ed è – letteralmente – la forma interna del pugno dell’artista, che la definisce “il seme di ogni mia scultura”. Nasce dall’idea centrale che anima la sua ricerca, secondo cui “ciò che si vede è fatto per ciò che non si vede”, e la scultura serve a suggerire ciò che sfugge alla vista. Provocazione nei confronti della sensibilità contemporanea che conferisce al vedere maggiore importanza rispetto al sentire, a ciò che “si vede ma non esiste” piuttosto che a ciò che “esiste ma non si vede”. Ma anche nostalgia per un passato in cui “visibile e invisibile erano considerati parti della medesima realtà”.
L’oro nel pugno chiuso dell’artista che si apre come una conchiglia a mostrare la sua perla. “Dentro la mano chiusa si crea uno spazio, che non si può vedere. Appena apro la mano, quello spazio non c’è più. Anche nel gesto della preghiera, comune a gran parte delle religioni, tra le mani giunte si crea uno spazio. I nostri occhi non lo vedono. Eppure è molto importante”.
Hisayasu Nakagawa
Introduzione alla cultura giapponese. Saggio di antropologia reciproca
Bruno Mondadori, Milano 2006
Hidetoshi Nagasawa
ediz. italiana e inglese
Damiani, Bologna 2007
Sombras

Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza e Fundación Caja Madrid
10 febbraio – 17 maggio 2009
De pictura initiis incerta nec instituti operis quaestio est. [...] omnes umbra hominis lineis circumducta [...] Fingere ex argilla similitudines Butades Sicyonius figulus primus invenit Corinthi filiae opera, quae capta amore iuventis, abeunte illo peregre, umbram ex facie eius ad lucernam in pariete lineis circumscripsit, quibus pater eius inpressa argilla typum fecit [...]
“La questione degli inizi della pittura è molto incerta [...] tutti comunque concordano che nacque dall’uso di tracciare con delle linee il contorno dell’ombra umana [...] Butade siconio, vasaio, per primo trovò l’arte di foggiare ritratti in argilla, e questo a Corinto, per merito della figlia che, presa d’amore per un giovane e dovendo quello andar via, tratteggiò il contorno della sua ombra proiettata sulla parete dal lume di una lanterna; su queste linee il padre impresse l’argilla, riproducendo i tratti del volto”.
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XXXV, 15; 151)
Caravaggio ospite
Caravaggio ospita Caravaggio
Milano, Pinacoteca di Brera
17 gennaio – 29 marzo 2009
Colorì [...] al Patrizi la Cena in Emmaus, nella quale vi è Cristo in mezzo che benedisce il pane, ed uno degli apostoli a sedere nel riconoscerlo apre le braccia, e l’altro ferma le mani sulla mensa e lo riguarda con meraviglia; evvi dietro l’oste con la cuffia in capo ed una vecchia che porta le vivande.
(Giovan Pietro Bellori, Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, 1672)
Su Correggio
Parma
Galleria Nazionale, Camera di San Paolo, Chiesa di S. Giovanni, Cattedrale
20 settembre 2008 – 25 gennaio 2009
Dalla parte del pubblico (cioè, i fedeli) il volo del Cristo appare effettivamente come un’Ascensione: e infatti il giovane e assai grazioso Giacomo Minore (“un Cherubino con voce di bariton léger” dicevano gli esteti d’antan), avendo già salutato e preso congedo e augurato buon viaggio ed esauriti i convenevoli, si sta volgendo altrove, già distratto, senza attardarsi a fare ciao ciao con la manina come alla stazione finché il treno è scomparso dietro la curva. Invece, dalla parte del coro (“du côté de chez qui?”, per i proustiani fra il ristorante e il romanico in Emilia), i monaci potevano scorgere il rovescio ottico della frittata, e una situazione opposta: questo vecchio d’aspetto molto malvissuto – Giovanni Evangelista a Patmos – già immerso e schiacciato in chissà cosa fino alla cintola (per punizione? per anamorfosi?), come un Atlante di William Blake o di Samuel Beckett, ormai muto e avvilito e Fin de partie e Oh les beaux jours dopo aver ripetuto le mille volte: “tutto il peso di questa roba deve gravare sulle mie spalle, mentre voi andate in giro notte e giorno a divertirvi…” E l’infelice vegliardo vede questa cosa abbastanza tremenda: un Gesù ormai anziano e depresso e stempiatissimo gli casca addosso a testa in giù scomposto e smarrito, non come quegli aviatori o aviatrici della Paramount che nei film degli anni trenta planavano ridenti su un mucchio di fieno lì pronto, senza guardar su o giù e senza badare alla direzione…
(Alberto Arbasino, Su Correggio)











Leggere compromette la stupidità






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