La Messa [non] è finita

«Non è dunque questo un tempo di indifferenza, di silenzio, e neppure di distaccata neutralità o di tranquilla equidistanza. Non basta dire che non si è né l’uno né l’altro, per essere a posto; non è lecito pensare di poter scegliere indifferentemente, al momento opportuno, l’uno o l’altro a seconda dei vantaggi che vengono offerti. È questo un tempo in cui occorre aiutare a discernere la qualità morale insita non solo nelle singole scelte politiche, bensì anche nel modo generale di farle e nella concezione dell’agire politico che esse implicano. Non è in gioco la libertà della Chiesa, è in gioco la libertà dell’uomo; non è in gioco il futuro della Chiesa, è in gioco il futuro della democrazia».

(Carlo Maria Martini, Alla fine del millennio lasciateci sognare, Piemme 1997)

Il grande Ingannatore

Oggi, più che mai, mi sono cari quei suoi racconti di solitudini, malinconie, resistenza all’oblio. Le sue voci di vite stanche o – forse – vinte. Echi di vite perse nei labirinti in cui ci si affanna a cercare la propria identità al prezzo di gioie e dolori a dismisura. Nelle oscurità esistenziali più profonde, quelle che solo un evento imprevedibile sa talora illuminare. Racconti complici delle nostre paure che, quando possono, viaggiano in dimensioni parallele – quelle che hanno a che fare con il Tempo, il grande Ingannatore.

In vita sua aveva sempre cercato il mezzogiorno, e ora che era arrivato in quella città del sud gli pareva giusto continuare nella stessa direzione. Però, dentro, sentiva una brezza di tramontana. Pensò ai venti della vita, perché ci sono venti che accompagnano la vita: lo zefiro soave, il vento caldo della gioventù che poi il maestrale si incarica di rinfrescare, certi libecci, lo scirocco che accascia, il vento gelido di tramontana. Aria, pensò, la vita è fatta d’aria, un soffio e via, e del resto anche noi non siamo nient’altro che un soffio, respiro, poi un giorno la macchina si ferma e il respiro finisce.

(Antonio Tabucchi, Yo me enamoré del aire, in Il tempo invecchia in fretta)

Polvere di sole

L’ottimismo della notte è venuto a fermarsi, tremolando, davanti alla luce della candela e al bianco del latte dentro al bicchiere.

Tonino Guerra se ne è andato mentre ho tra le mani la Polvere di sole presentata appena pochi giorni fa nel corso dei festeggiamenti per i suoi 92 anni. Da un paio di giorni volevo scriverne, dopo averlo assaporato con la lentezza che si addice ai tempi delle belle favole credute eterne.
Lo farò, ché già mi manca.

Come virgola antiquata

Epitaffio
(Wisława Szymborska, da Sale, 1962,
trad. it. Scheiwiller 2005, 2009)

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>> Wisława Szymborska premio Nobel 1996 (trad. it. del discorso)
>> Una poesia per svelare l’inganno
>> Le poesie di Wisława Szymborska
>> La poetessa delle parole (apparentemente) semplici

>> …e questo bellissimo post di una tra le mie bloggers preferite.

Sentimento del tempo

Dino Buzzati
28 gennaio 1972

Una immensa piazza, dunque, con intorno un’infinità di case, questa è la vita; e, in mezzo, gli uomini che trafficano fra di loro e nessuno riesce mai a conoscere le altre case; soltanto la propria e in genere male anche questa perché restano molti angoli bui e talora intere stanze che il padrone non ha la pazienza o il coraggio di esplorare. E la verità si trova soltanto nelle case e non fuori. Cosicché del restante genere umano non si sa mai niente. L’uomo passa distratto in mezzo a questi infiniti misteri e ciò non sembra poi dispiacergli eccessivamente.

(da In quel preciso momento, 1950)

Ho la febbre / e tremo. Fermo ai piedi / dell’orologio pubblico / sotto la pioggia che cade. / Segnava le sette / quando cominciai ad aspettare / ora le sfere segnano ottanta / centocinquanta, duemila / tre miliardi di ore come massi / di piombo. Io ancora qui / che aspetto e le ore e i giorni / e gli anni. / E tu non vieni, amore.

(da Il capitano Pic e altre poesie, 1965)

Oggi

Cracovia, piazza degli Eroi del Ghetto (Plac Bohaterow Getta)

19452012

Per ogni Giuditta, Ruth, Deborah, Rachele, Anna c’è sempre una collina su cui riposare e dove essere ricordate senza mai invecchiare. C’è una nuova Spoon River che ne racconta paure e desideri sfidando oblio e fatalità delle vicende umane. Tra le tante immagini del viaggio/pellegrinaggio raccontato in questo libro ne ho scelta una che mi ha particolarmente colpita. Un’immagine che ci porta a Cracovia, in quella che un tempo si chiamava piazza della Concordia (Plac Zgody), finché la concordia non venne riscritta dall’orrore. Oggi è occupata da una serie di grandi sedie, come se i tanti portati via potessero finalmente tornare e lì riposarsi, e magari raccontare ai passanti che è stato tutto soltanto un pessimo sogno. Enormi sedie vuote in attesa di un ritorno che non ci sarà mai.

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Innesti arcani

Addio, promessa d’ogni essenza, sorgente di fragranza, corona delle zagare, goliera dell’aurora. Addio, ramo di miele, fanciulla fantasiosa, stellarla vanigliata, regina dei giardini. Spero che gli innesti arcani compiuti nel grembo tuo di nardo fruttino la fantasia di spere multicolori, di scrigni di sapori impareggiabili. Che mai ti sfiori vento, gelo, occhio indifferente, mano che non sia gentile. T’accolga un’alta reggia, una segreta alcova, un tiepido giaciglio; t’accarezzi di tra i velari l’adamantina luce meridiana, il perlaceo lucore della notte.

(Vincenzo Consolo, da Retablo)

Coccodrilli di terra

Il trafficante ha indicato in basso. Ho pensato che dovessimo infilarci sotto il camion, poi ho guardato bene – che è una cosa che avrebbe dovuto farmi credere a quello che stavo vedendo, ma io non volevo crederci, no – e ho capito che tra la base del rimorchio – la base che reggeva la ghiaia e le pietre – e la base del camion – dove era attaccato il semiasse, per capirci – c’era uno spazietto di, non so, forse cinquanta centimetri, o poco più. Insomma, il camion aveva un doppio fondo. Cinquanta centimetri in cui dovevamo stare seduti, con le braccia allacciate attorno alle gambe, con le ginocchia contro il petto, con il collo piegato per incastrare la testa fra le ginocchia.
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