Oggi

S’anima no morit mai, amico fragile.
Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole.
Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove sono partito.
Longing
«Sono capace di trattenermi a lungo; non parlo finché le acque scavalcano le banchine e sfondano la diga. Così sono riuscito a rinviare questo libro ben oltre la fine del ventesimo secolo»
Se vi trovate tra le mani un libro di poesie, brevi testi, appunti al volo, canzoni, parole altrui e disegni scanditi dal ritmo anarchico e provvisorio di un diario deragliato dal taccuino.
Se avete l’impressione che l’io scrivente accusi tutti i sintomi di dislocazione temporanea del proprio corpo (tra California e India) e del proprio spirito (in viaggio, e comunque altrove).
Se vi sembra che le parole raccontino con levità e allegria una sorta di commiato che s’increspa appena – in superficie – dissimulando la mancata resa di un ragazzo di settantadue anni di fronte a quella vita che è «una droga che smette di funzionare», prima o poi.
Riletture d’autore

Il 12 e 13 dicembre, a Siena, andrà in scena Non al denaro, non all’amore, né al cielo, il disco che Fabrizio De André realizzò nel 1971 ispirandosi all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e mutuando il titolo da uno dei versi dell’incipit.
La rilettura dell’opera si deve a Morgan, ex leader dei Bluvertigo e, come si apprende dal numero di dicembre del mensile “Rockstar”, l’ambiziosa impresa prenderà corpo in febbraio con la già prevista uscita discografica.
Dopo Creuza de mä, recentemente riproposto nella versione del coautore Mauro Pagani, Non al denaro… è dunque il secondo album di Fabrizio De André ad essere oggetto di una ripubblicazione integrale per mano di un diverso artista.
La rilettura di oggi e domani corre parallela alla giornata di studi su “Fabrizio De André e il mito di Spoon River”, organizzata in forma di evento dall’Università e dal neonato “Centro Studi Fabrizio De André”; un convegno e un omaggio i cui lavori verranno chiusi da Fernanda Pivano, traghettatrice dalla lingua originale di quei testi che De André trasformò in poesia e musica e che oggi un altro artista rinnova e ricrea anche alla luce dei tempi.
Non c’è da stupirsi di fronte al rinnovato e rinsaldato patto tra musica e letteratura. Personalmente sento rivivere il mistero che presiede alla creazione di ogni opera d’arte, e moltiplicarsi le Spoon River e i suoi abitanti addormentati sulla collina per quante volte e quanti passaggi l’opera compie, dall’originale alla traduzione, alla sua trasposizione in musica, alla sua rilettura che ne amplifica le emozioni e le percezioni, nonché le citazioni rispetto al “modello”.
Un mistero che mai consente di ipotizzare l’esistenza di brutte o belle copie, ma solo di fascinosi originali.
Le parole per dirlo
Cosa succede a svegliarsi, un giorno, e accorgersi di non poter dare un nome alle cose? Di non poter qualificare le proprie azioni, i propri sentimenti, gli oggetti e le persone care attraverso le parole? Un senso di profondo smarrimento, immagino, prenderebbe chiunque si trovasse nella suddetta condizione smemorata e privata di suoni articolati, ricordi e pensieri. Una condizione colpevole, per giunta.
Mentre Frullo, che – solo contro tutti – si era rifugiato nelle parole e nei racconti del misterioso e anomalo libraio, è salvo. È in grado di raccontare, e di salvare le persone e le cose che ama.
Racconta – cantando – Roberto Vecchioni:





Leggere compromette la stupidità





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