Settembre
Ora solo il linguaggio può ridire quei gesti
scriverne piano ripetendo l’ardore con cautela
fissando perché restino ancora in questa stanza
le grandi ombre di allora.
Schianta ancora il tuo petto contro il mio
perché questa è l’unica orma dell’amore
l’autunno che replicava le stelle
quasi da un mondo uguale
la finestra, la cornice di abete
l’addolorato trattenersi delle schiene.
(Antonella Anedda, Settembre, notte)
How many roads
Guillaume Apollinaire, Ludovico Ariosto, Charles Baudelaire, Piero Bigongiari, Ives Bonnefoy, Josif Brodskij, George Gordon Byron, Dino Campana, Blaise Cendrars, Samuel Taylor Coleridge, Hart Crane, Gabriele D’Annunzio, Dante Alighieri, Emily Dickinson, Ugo Foscolo, André Frénaud, Johann Wolfgang Goethe, Jorge Guillén, Victor Hugo, Juan Ramon Jiménez, John Keats, Rudyard Kipling, Mario Luzi, Christopher Marlowe, Herman Melville, Pablo Neruda, Gérard de Nerval, Omero, Orazio, Ovidio, Giovanni Pascoli, Octavio Paz, Edgar Allan Poe, Aleksandr Puškin, Percy Bysshe Shelley, Robert Louis Stevenson, Rabindranath Tagore, Torquato Tasso, Charles Tomlinson, Giuseppe Ungaretti, Derek Walcott, Walt Whitman, Carmen Yáñez, William Butler Yeats.
Confesso: ognuno degli autori e dei passi raccolti – comprensivi di testo originale a fronte – mi era già noto, in alcuni casi familiare. Ma non ho saputo resistere al modo in cui le innumerevoli strade del viaggio sono state riunite in questo volume, disegnando non una mappa qualunque bensì nodi, intrecci e [s]confini al di sopra di ogni cronologia e di ogni rotta.
L’ospite incallito
Accosto la fronte alla tua, si toccano,
dico: «È una frontiera».
Fronte a fronte: frontiera,
mio scherzo desolato, ci sorridi.
Col naso ci riprovo, tocco il naso,
per una tenerezza da canile:
«E questa è una nasiera», dico
per risentire casomai
un secondo sorriso, che non c’è.
Poi tu metti la mano sulla mia
e io resto indietro di un respiro.
«E questa è una maniera», mi dici.
«Di lasciarsi?», ti chiedo. «Sì, così».
«De Luca è semplicemente uno scrittore che sente di doversi ritagliare, accanto alla prosa, uno spazio espressivo nel quale il suo mondo si affidi alle “righe che vanno troppo spesso a capo“. [...] Con la provvisorietà di chi si percepisce sempre e solo come ospite».
Ospite, ma incallito come un fumatore o un giocatore.
Come un napòlide, uno che «ha le valigie sempre aperte perché è di passaggio».
Ne ho scritto qualcosa qui.
Erri De Luca
L’ospite incallito
Einaudi, Torino 2008
Pass[agg]i

Cenere sulla manica di un vecchio
è tutta la cenere
che lasciano le rose bruciate.
[...]
Perché le parole dell’anno passato
appartengono al linguaggio dell’anno passato
e le parole dell’anno prossimo
attendono un’altra voce.
(Thomas S. Eliot, Little Gidding, II – in Quattro quartetti)
Puer natus est nobis
Per un miracolo, quali gli ingredienti?
Il vello
del pastore, un pizzico appena di presente,
un briciolo
di ieri, e alla manciata del giorno che
verrà aggiungi
a occhio una fetta di cielo.
Diciotto poesie scritte nell’arco di trent’anni, quelle di Brodskij, e una gamma di toni che vanno dal realistico, al sarcastico, al – semplicemente e più sommessamente – lirico. Preferisco di gran lunga che le cose siano chiamate con il loro nome; lascio nastri e lustrini ai sentimenti deperibili. Preferisco la roccia alla sabbia per erigere qualsiasi edificio, persino quello immenso del ricordo. Preferisco toccare con mano e guardare negli occhi, anche quando le cose non mi piacciono: per questo gli auguri scomodi li ho già lasciati qui.
Buon Natale, a chi passi tra queste righe, a tutti e ad ognuno.
Pensare contro l’oblio
Vi è una cesura evidente nella biografia di Edmond Jabès.
Un prima in cui l’energia della presenza erompe nel dominio dell’immagine. E un dopo tutto consacrato all’interrogazione e alla necessità di illuminare l’assenza grazie a una nuova costellazione di parole. Un dopo di ascolto a margine di ogni foglio e di libro in libro, sulla scia di un adieu che rinuncia alla scrittura ma non alla vita che in essa continua a pulsare.
Nel quale le parole «non hanno altro legame che quest’assenza» disponendosi nella pagina perché sia evidente il bianco che le separa, il vuoto che le sostiene, il silenzio da cui nasce il dire: come nella grande musica, «non occorre forse un bianco tra i vocaboli per renderli leggibili, una frazione di silenzio tra le parole, per renderle udibili?».
“E ancora continua a vibrare…”
Ci eravamo fatti dono dell’innocenza, che ha bruciato a lungo soltanto dei nostri corpi, e i nostri passi andavano nudi nell’erba immemore, eravamo l’illusione che chiamano ricordo.
Certi versi abitano una tebaide scritta da una natura primordiale e costellata di pietre, dove la presenza degli elementi e l’essenzialità del lessico generano il respiro del mondo.
Vi sono pietre dappertutto in questi versi di Bonnefoy. Dure, preziose, opache, impenetrabili, sulle quali scivola impietosamente l’arbitrio di ogni rappresentazione: che l’eternità passi attraverso lo stupore rappreso negli occhi dell’infanzia, quando le cose nascono per la prima volta, innocenti e reali, ad ogni sogno.
Da quel primo mattino del mondo le parole sono pietre scivolate dalle mani di Dio e raccolte dallo sguardo di un bambino.
I libri, quel che lacerò,
la pagina devastata, ma la luce
sulla pagina, l’accrescersi della luce,
capì che ridiventava la pagina bianca.
Uscì. La figura del mondo, lacerata,
gli apparve di una bellezza diversa, più umana.
La mano del cielo cercava la sua mano tra le ombre,
la pietra, dove vedete che il suo nome si cancella,
si socchiudeva, diveniva una parola.
Yves Bonnefoy
Le assi curve
Mondadori, Milano 2007
Una voce

Non ti ho tenuta in me
più che il fiume l’albero della riva;
io, passando, t’ero sempre nell’anima;
tu, sempre nella mia, non venivi mai via.
Bastava un cielo cieco, un po’ di vento,
perché sparissi tu dalla mia vita.
(Juan Ramón Jiménez, in Lirica spagnola del Novecento)
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[È una giornata sufficientemente uggiosa per queste latitudini, mi aspetta un viaggio finesettimanale che è in realtà una toccata e fuga, una cena sul Naviglio grande e qualche incursione nelle mie librerie amate. Intenta a cercare tutt'altro, mi sono imbattuta in questo mio stato d'animo. Le pagine dei libri tendono continui agguati, si sa; filano rimozioni e sedimenti come nessun altro e confezionano abiti che non passano mai di moda. Buoni a coprirci quando abbiamo freddo, indispensabili anche fossero consumati dall'[ab]uso. Mi è sempre piaciuto pensare che nelle trame degli abiti, a dispetto del tempo e dell’igiene, restino annidati scorie di profumi, granelli di sabbia di un’estate felice, frammenti levigati di foglie e di vento, l’impronta di un fiocco di neve. Memoria fossile invisibile allo sguardo ma necessaria all’appartenenza. Ecco, la voce di Jiménez – oggi – mi rammenta come certe cose si incrostino sul cuore, nel bene e nel male. Come l’acqua del mare, asciugandosi velocemente sulla pelle, lasci la traccia e il sapore del sale. Che se solo sulla pelle hai un taglio, brucia].



Ogni cosa piccola è bella





Leggere compromette la stupidità





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