Settembre
Ora solo il linguaggio può ridire quei gesti
scriverne piano ripetendo l’ardore con cautela
fissando perché restino ancora in questa stanza
le grandi ombre di allora.
Schianta ancora il tuo petto contro il mio
perché questa è l’unica orma dell’amore
l’autunno che replicava le stelle
quasi da un mondo uguale
la finestra, la cornice di abete
l’addolorato trattenersi delle schiene.
(Antonella Anedda, Settembre, notte)
Thinking different
Blog che pensano e [mi] fanno pensare.
Sembra semplice eppure è circostanza che impone una riflessione sui termini stessi della questione. Intanto sono passati sei giorni e dovrei in qualche modo ringraziare Giulia che ha ritenuto di esprimermi la sua stima anche così.
Il disagio resta, nel prendere in consegna il testimone. Tocca chiedermi cosa significhi il pensare, a queste latitudini virtuali, e la sua capacità di “toccarmi” rinunciando a quanto de visu ho sempre ritenuto imprescindibile per l’instaurarsi di un’affinità: la gestualità, l’espressione, una voce con le sue tonalità emotive e il suo ritmare i pensieri fino a toccare le corde del cuore.
In un modo o nell’altro leggo solo blog che mi fanno pensare. Con intensità diversa, certo, con un “darsi” a volte agli antipodi tra loro ed anche con me. Ma quando qualcosa si muove dentro, capisco che il mio tempo è ben speso. Azzarderei: ben regalato.
Una voce

Non ti ho tenuta in me
più che il fiume l’albero della riva;
io, passando, t’ero sempre nell’anima;
tu, sempre nella mia, non venivi mai via.
Bastava un cielo cieco, un po’ di vento,
perché sparissi tu dalla mia vita.
(Juan Ramón Jiménez, in Lirica spagnola del Novecento)
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[È una giornata sufficientemente uggiosa per queste latitudini, mi aspetta un viaggio finesettimanale che è in realtà una toccata e fuga, una cena sul Naviglio grande e qualche incursione nelle mie librerie amate. Intenta a cercare tutt'altro, mi sono imbattuta in questo mio stato d'animo. Le pagine dei libri tendono continui agguati, si sa; filano rimozioni e sedimenti come nessun altro e confezionano abiti che non passano mai di moda. Buoni a coprirci quando abbiamo freddo, indispensabili anche fossero consumati dall'[ab]uso. Mi è sempre piaciuto pensare che nelle trame degli abiti, a dispetto del tempo e dell’igiene, restino annidati scorie di profumi, granelli di sabbia di un’estate felice, frammenti levigati di foglie e di vento, l’impronta di un fiocco di neve. Memoria fossile invisibile allo sguardo ma necessaria all’appartenenza. Ecco, la voce di Jiménez – oggi – mi rammenta come certe cose si incrostino sul cuore, nel bene e nel male. Come l’acqua del mare, asciugandosi velocemente sulla pelle, lasci la traccia e il sapore del sale. Che se solo sulla pelle hai un taglio, brucia].
Come sugli alberi le foglie
Autunno, qui, ancora solo una parola. Giorni azzurri, sole caldo e brezza leggera. Nell’aria profumo di mosto appena accennato e vinto a tratti dall’ultima salsedine sulla pelle. Si danno le spalle al mare e non basta a confonderne la persistenza. Si procede verso le asprezze carsiche delle colline per poter avvertire l’aroma selvatico dei funghi tra le pietre e l’arato, mentuccia ai piedi dei muri a secco, lì dove la campagna riprende dopo l’ultima casa di periferia.
E gli olivi gonfi tra i crochi e le foglie rosse ancora sospese alle viti o lungo il sentiero, accanto ai passi. Quasi una felicità di odori e sapori maturi, insieme alle ombre lunghe e la malinconia del trascorrere che sono dentro la pienezza di questa stagione di confine e passaggio, in questa terra di limite in cui il limite stesso e la sua idea si fanno labili. Inconsistenti. Tra terra e mare, con un oltre che cova sotto i piedi, e inquieta.
Ci si aggrappa sempre a quello che ci è caro, pensando che si tratti di fedeltà, ma non è altro che pigrizia.
(Hermann Hesse, Pellegrinaggio d’autunno)
Ceneri
Gli inglesi impazziscono per lei, la città whitewashed, le sue case imbiancate e i suoi trabucchi, elogiandola dalle colonne del «Daily Telegraph» dopo che un inviato, sotto mentite spoglie, vi ha trascorso le sue vacanze con tanto di famiglia al seguito.
«Si arriva sul Gargano dalle ampie pianure di Puglia, il granaio d’Italia, e il paesaggio si trasforma immediatamente. L’odore del pino è ovunque, e la vita sembra scorrere più lentamente», annota il giornalista, che una volta giunto a Peschici non può fare a meno di innamorarsi della «sua architettura semplice che ricorda la Grecia come parte della sua cultura», del trabucco, «un antico attrezzo da pesca, costruito in legno di pino, simile ad una bilancia», dei suoi tramonti, «molto simili ai paradisi tropicali», del clima perfetto e di quell’ospitalità innata che a queste latitudini scorre nel sangue.
Je est un autre
Avevo (e forse ho o avrei ancora) un quaderno appartato in un angolo di questo universo, una successione di monologhi e di specchi in cui ritrovarmi – solitaria ma non sola – quando le parole premevano sulla vita e si incrostavano sul cuore. Pagine di domande e tentativi di ricomporre lacerazioni, fratture, schegge, colloqui amorevoli con interlocutori assenti o perduti, sentieri di affetti necessari da percorrere allineando i passi e misurando le distanze. Su quelle tracce avevo condotto pochissimi sguardi che mi facevano compagnia silenziosa ritornando per coincidenza o desiderio. In quelle stanze abbandonavo messaggi in bottiglia, perdevo appunti e apparecchiavo ogni giorno nuovi cibi per l’anima e per chiunque avesse voluto condividerli con me.
Avevo (e forse avrei ancora) uno spazio per scrivere il tempo graffiato e dolce dei ricordi, ma ho dovuto precipitosamente cancellarlo, seppellito sotto cumuli di sabbia, soffocato dal vento rabbioso della mia incapacità di capire come si possa appropriarsi impunemente delle parole e della vita degli altri, facendone un nuovo quaderno e una nuova e sconosciuta identità. Scoprirlo è come tornare a casa e trovarla devastata. Si resta nudi, senza voce e senza parole, senza il coraggio e la forza di toccare i relitti né di calcare il suolo sporcato dal passaggio estraneo e furtivo. Senza la libertà della fiducia e dell’abbandono.
Avevo tutto questo (e forse non ho più). Mi accorgo, ora, che quando si volta pagina o si chiude un libro tutto ciò che vi era dentro è perduto, che lo sguardo – per quanto mi sforzi – vi scivola sopra senza riconoscerne l’alfabeto. Con infinita tristezza prendo atto che i volti e i profumi che vi avevo racchiuso sfumano e svaporano al primo tentativo di reclamarne l’appartenenza. E questo è uno dei peggiori regali che la Rete – nelle sue infinite possibilità – possa fare a chi vi scrive.
Musica per una dea
Due statuette di marmo giallo-grigio scoperte nell’Ottocento in una tomba presso le cave di pomice di Thirà/Firà (capoluogo di Santorini) e risalenti, secondo gli esperti, al 2700-2500 a.C., raccontano ancora una volta del forte e ancestrale legame dell’uomo con il ciclo della vita e con le divinità che ad esso erano associate.
Li chiamano “suonatori d’arpa” e ci appaiono straordinariamente “moderni” e prossimi alla nostra sensibilità (Picasso ne sarebbe stato fulminato), come solo certi manufatti “primitivi” riescono ad esserlo. Li dobbiamo immaginare arricchiti da alcuni dettagli persi nel tempo, come occhi, bocca, gioielli e ornamenti.
Rappresentano senza dubbio idoli musicanti, in particolare quelli che accompagnano la “grande dea” della vita, della morte (dal cui ventre tutto ha origine e al cui ventre tutto ritorna per poi rinascere) e del firmamento.
Desideria reliquaque sidera

Più che in altri mesi dell’anno, sciami di aeroliti vaganti nello spazio si incendiano a contatto con l’atmosfera terrestre e “piovono” nella notte consumandosi rapidamente e senza lasciare traccia.
Le stelle cadenti di agosto, concentrate nelle notti intorno al 10, vengono chiamate Perseidi perché (pare) provenienti dalla costellazione di Perseo. Una “pioggia” che la stagione propizia rende più fascinosa (asseconderebbe i desideri di chi ci creda), ma che non differisce di molto da quella delle Leonidi (le stelle della costellazione del Leone, che “cadono” in novembre) o da quella delle Andromeidi (alla fine dello stesso mese).
La tradizione popolare chiama le stelle cadenti di agosto anche fuochi di san Lorenzo (figurandole come scintille del fuoco ardente sotto la graticola del martirio del Santo, successivamente volate in cielo), o lacrime di san Lorenzo, figurazione anch’essa legata al dolore del supplizio: lacrime vaganti nel cielo che scelgono la “magica” notte del 10 agosto per ridiscendere sulla terra, mentre per sette volte ci si bagna in mare nella speranza che sulla pelle restino – oltre la salsedine e il profumo d’alga – anche felicità e fortuna.
Nonostante tutto, ci piace pensare che le stelle chiudano la loro risplendente parabola con un tuffo dentro il nostro orizzonte, piuttosto che ciò che vediamo sia semplicemente la traccia del loro passaggio, il loro fruscìo – come un pianto sommesso – lungo la strada dei nostri desidèri.
San Lorenzo, io lo so perché tanto
di stelle per l’aria tranquilla
arde e cade, perché sì gran pianto
nel concavo cielo sfavilla…
(G. Pascoli, X agosto)








Leggere compromette la stupidità






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