La peste arrivò verso la fine degli anni Settanta. Silenziosa. Strisciante. E invase rapidamente il territorio. Non è dato sapere chi siano stati, all’inizio, i mandanti. Forse qualche potente che voleva rimbecillire le coscienze? Né il primo untore. Poi untori e monatti lo furono in molti, in troppi: autori zelanti, direttori editoriali col paraocchi, redattori accaniti, insegnanti pigri o rassegnati.
La peste aveva un nome: “Gli apparati”. Il suo territorio: le antologie italiane scolastiche, dalle elementari alle medie inferiori alle superiori. La parola d’ordine: ammazzare la lettura, la libera lettura dei singoli testi, circondandoli di esercizi, chili di esercizi, quintali di esercizi adatti a soffocarli rapidamente. Apparati che trasferivano nel piccolo mondo della scuola l’esperienza critica dello strutturalismo e del formalismo russo deformandola. E così generazioni intere di studenti furono (e sono) obbligate a leggere brani di narrativa belli e meno belli, più importanti e meno importanti, ridotti tutti alla stessa brodaglia, rispondendo poi a macchinetta a “comandi” (così li chiamavano i monatti, contendendosi i cadaveri) come: «Dividi il brano in sequenze». «Il punto di vista è interno o esterno?». «L’autore è onnipotente o ne sa come i suoi personaggi? O meno?». «Rintraccia le principali figure retoriche presenti nel brano».






Forse, in ultima analisi, la storia della lettura è la storia di ciascun
La lanterna di Anna Karenina non è la lampada di Diogene benché entrambi cerchino un senso. Ciò che fa la differenza non è semplicemente la luminosità/oscurità ma la direzione in cui i segni orientano la ricerca.
Si può dire che vivessi con le parole, sicché le cose che scrivevo non erano destinate ad altro uso se non a quello di praticare la scrittura. Non desideravo tanto essere uno scrittore (sebbene in fondo lo sognassi), quanto consacrarmi a imparare la scrittura.