Altre stagioni

The_ReaderLa peste arrivò verso la fine degli anni Settanta. Silenziosa. Strisciante. E invase rapidamente il territorio. Non è dato sapere chi siano stati, all’inizio, i mandanti. Forse qualche potente che voleva rimbecillire le coscienze? Né il primo untore. Poi untori e monatti lo furono in molti, in troppi: autori zelanti, direttori editoriali col paraocchi, redattori accaniti, insegnanti pigri o rassegnati.

La peste aveva un nome: “Gli apparati”. Il suo territorio: le antologie italiane scolastiche, dalle elementari alle medie inferiori alle superiori. La parola d’ordine: ammazzare la lettura, la libera lettura dei singoli testi, circondandoli di esercizi, chili di esercizi, quintali di esercizi adatti a soffocarli rapidamente. Apparati che trasferivano nel piccolo mondo della scuola l’esperienza critica dello strutturalismo e del formalismo russo deformandola. E così generazioni intere di studenti furono (e sono) obbligate a leggere brani di narrativa belli e meno belli, più importanti e meno importanti, ridotti tutti alla stessa brodaglia, rispondendo poi a macchinetta a “comandi” (così li chiamavano i monatti, contendendosi i cadaveri) come: «Dividi il brano in sequenze». «Il punto di vista è interno o esterno?». «L’autore è onnipotente o ne sa come i suoi personaggi? O meno?». «Rintraccia le principali figure retoriche presenti nel brano».

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Ragionevoli subbi

La Ragione vuole che le donne contino le uova nel cortile e non le stelle nel firmamento.

Si diceva – nel post precedente – dell’illuminato Maréchal e dei mariti «libri viventi» per mogli pacificate e dedite solo al fuso e alla conocchia. Solo uno dei deliri del progetto di legge di cui il nostro si fece promotore considerando «quante devastazioni causano i romanzi e le opere di devozione nel tenero cervello delle donne» nonché «i gravi inconvenienti derivanti, per entrambi i sessi, dal fatto che le donne sappiano leggere». Uno dei tanti, come è facile (e istruttivo) cogliere scorrendo il testo e, soprattutto, le premesse.

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Brave ragazze

Jamais fille chaste n’a lu de romans, et j’ai mis à celui-ci un titre assez décidé pour qu’en l’ouvrant on sût à quoi s’en tenir. Celle qui, malgré ce titre, en osera lire une seule page est une fille perdue.
(Jean-Jacques Rousseau, Julie ou La nouvelle Héloïse)

Tornano le donne che leggono, sempre più pericolose. Tornano a sfilare più fiere e audaci che mai, grazie al museo immaginario allestito anche questa volta dal medesimo curatore, ed anche questa volta – nell’edizione italiana – corredato da un’inutile prefazione nostrana. Mentre sono sufficienti le pagine firmate da Stefan Bollmann (evidentemente lettore “scafato” senza la necessità di proclamarlo) con un titolo accattivante preso in prestito da Menandro – chi sa leggere ci vede due volte – a catapultarci fascinosamente dietro le quinte di quel che accade nel libro.

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Toccare i libri

Io sono un lettore à la carte: non so mai con precisione di cosa avrò appetito a pranzo o a cena.

Jesús Marchamalo, i libri e tutto un mondo di sollecitazioni sensoriali, ovvero la passione raccontata con ironia. Basterebbe per una estrema sintesi e tuttavia spalanca allo sguardo orizzonti senza misura, popolati da lettori e scrittori, dalle loro biblioteche e da annessi e connessi (ossessioni, manie e rituali) spesso proporzionali al numero di volumi posseduti e agli infiniti modi di ordinarli. Si parla di libri, ancora una volta, in questo breve testo nato da una conferenza e circolato per anni in modo carbonaro tra appassionati e addetti ai lavori prima di approdare agli onori della diffusione globale. Si parla del loro nascere come grande amore per finire ai limiti dell’incubo dopo aver creato irrisolvibili problemi di accumulo, gestione e smaltimento legati ad una irrefrenabile tendenza alla colonizzazione esclusiva degli spazi. Con la complicità e l’ammiccamento di chi insieme ai libri – e lontano dagli e-books – vuole condividere il fruscio delle pagine, le orecchie sugli angoli, le note a margine, le dediche più strampalate.

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Di libri e di cucchiai

I profeti del settore ci hanno avvertiti: il libro è destinato a morire. Solo che la sciagura tarda ad arrivare, lasciandoci fortunatamente il tempo di riflettere. E nonostante ci sia anche chi promette di regalare al “nemico” il profumo che non ha…

Come se bastasse. Perché pare che l’e-book non ucciderà il libro. Che la celebre formula di Frollo non avrà seguito, come in realtà non l’ha avuta neanche con le Bibbie di pietra. Che le cose cambieranno, ma sopravvivremo. Accettando di non considerare più libro e lettura la stessa cosa: perché il libro elettronico è un’opera aperta destinata a trasformare lo statuto del testo e dell’autore. Del libro si salverà l’idea, ciò che il libro non ha mai smesso di essere, cioè non semplicemente il supporto della lettura.

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L’inchiostro del viaggiatore

Come confessare che nomade, se mai lo fossi, sarei comunque come un’ostrica attaccata al suo scoglio? Avevo occhi da sognatore, una faccia scettica e una fronte inquieta in cui ciascuna ruga era il ricordo di uno dei miei peripli tra le isole-sotto-vento, le isole-nel-vento e le isole-sopra-vento. Divenni esotico da capo a piedi. Se a volte tornavo verso l’Europa e le sue “antiche sponde”, la mia vera vita era altrove – alle isole Aleutine. [...] Invece di essere uno scrittore viaggiatore perché avevo viaggiato, avrei viaggiato perché ero uno scrittore viaggiatore, che è quasi la stessa cosa.

Alla domanda “Perché viaggiate?” Gilles Lapouge risponde con la necessità di raccontare i suoi viaggi, chiudendo idealmente un cerchio interamente tracciato dall’inchiostro. Da lui, prima scrittore e poi viaggiatore, apprendiamo i segreti di un viaggio di reinvenzione che inizia nei testi scritti e porta a “scoprire” (davvero) soprattutto ciò di cui si è già letto; dunque ispirandosi a chi ha viaggiato prima di lui scrivendone. Compiendo un lavoro preliminare su geografia, mappamondi, carte nautiche, atlanti. Ritornando, ritrovando, attraversando il già accaduto e compiendo in sostanza un viaggio nel tempo invece che nello spazio: «Anche se sono al mio primo viaggio, visito la mia memoria».

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Fantasmi e biblioteche

Fantasma: foglio o cartoncino che si mette al posto di un libro tolto da uno scaffale di biblioteca, prestato o perduto.

Metti due amici a cena a Parigi – Bonnet e Pontiggia – in comune la felicità e la maledizione di decine di migliaia di libri come passione e lavoro, e il fermo proposito – allietato dalla proposta di un club intitolato a questa «pacifica e innocente mania», e destinato a possessori di almeno 20.000 volumi – di dimostrare che il paradiso è una sterminata biblioteca (come sosteneva Borges) ma che qualche volta migliaia di titoli possono trasformarsi in un inferno.

Si parla di biblioteche e delle centinaia di migliaia di personaggi – reali e fittizi – che le abitano.
Di incanto e stupore da parte del resto del mondo – quanti libri?, li avete letti tutti?… – come se ciò fosse necessario, ignorando il «giusto equilibrio tra sapere e ignoranza, tra ricordo e oblio» (per dirla alla Manguel, ricalcando ancora Borges, e tenendo conto di tutti i libri letti e dimenticati – la maggior parte – a vantaggio di quelli rimasti artigliati alla nostra vita).

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Il libro degli elogi

Forse, in ultima analisi, la storia della lettura è la storia di ciascun lettore.

Elogio della Bibbia: che lo si consideri uno dei libri di Dio o soprattutto una creazione dei suoi lettori (poiché ogni traduzione è una lettura), è un libro a tutti gli effetti e pertanto sottoposto a giudizio del lettore, che può trovarlo ripetitivo ma anche ammettere che come primo tentativo di un autore alle prime armi, questo libro del mondo non sia niente male.

Elogio del libro tascabile: pensando a quelle pagine intime che amiamo portarci in un caffè solitario, al mare o a letto e che scandiscono le ore più lievi della nostra vita. Come ogni lettore avveduto sa, al di là dei tomi monumentali e delle legature altere e prestigiose, le virtù di un libro, ben al di là delle parole che contiene, risiedono nella sua capacità di accompagnarci. […] L’essere «tascabile», per quel che riguarda un libro, è una qualità che lo trasforma in una parte del nostro corpo, come sarà, una volta che l’avremo letto, parte del nostro spirito. Un toccasana per questi tempi di solitudini inventate e benestanti, in cui risuona attualissima la frase che Manguel ricorda attribuendola a John Adams che l’avrebbe pronunciata nel 1781 all’indirizzo di suo figlio: “Non sarai mai solo se ti porti in tasca un poeta”.

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L’ultimo lettore

La lanterna di Anna Karenina non è la lampada di Diogene benché entrambi cerchino un senso. Ciò che fa la differenza non è semplicemente la luminosità/oscurità ma la direzione in cui i segni orientano la ricerca. Anna è una delle tipologie di lettori – tra personaggi reali ed immaginari – che si raccontano nelle pagine di questo libro. Uno dei tanti modi possibili di leggere (senza essere filosofi), di possedere una connaturata e indispensabile lentezza, di essere “fuori tempo”.

D’altronde l’ultimo lettore – per eccellenza don Chisciotte, lettore persino «dei fogli stracciati che ci sono in strada» – è sempre inattuale, sostiene l’autore. Perché è colui che “arriva tardi”. Cerca e trova nelle pagine scritte un senso sul quale costruire la propria vita. Intravede tra le righe nuove connessioni e coglie significati nei luoghi inediti prodotti dal suo lèggere. Mentre la letteratura sospende l’esperienza ricomponendola altrove, in altro luogo ed altro tempo, in un diverso racconto, necessario alla comprensione dei nessi sottesi alla logica del reale.

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Due libri in tasca

Si può dire che vivessi con le parole, sicché le cose che scrivevo non erano destinate ad altro uso se non a quello di praticare la scrittura. Non desideravo tanto essere uno scrittore (sebbene in fondo lo sognassi), quanto consacrarmi a imparare la scrittura.

Il mestiere di scrivere è sopravvalutato e troppo spesso giustificato come la risposta ad una “urgenza”. Come l’unico modo per placare il “sacro fuoco”. Tusitala si nasce, e tuttavia la passione per la scrittura da sola non basta a fare lo scrittore. Tanto meno a dichiararsi tale con troppa facilità. La scrittura, suggerisce Stevenson, passa per il come e non per il perché. Un come che si costruisce con pazienza e nel tempo attraverso l’influenza profonda e silente dei libri già scritti.

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