Effetto Droste

matthieussent-vendettaOra posso occuparmi dei miei personaggi a tempo pieno. Il mio autore c’est moi. O quasi. Ho consumato la mia vendetta. Ho finalmente preso il posto dell’altro.

Brice Matthieussent, nella vita traduttore francese, pubblica nel 2009 Vengeance du traducteur, il libro che io leggo in traduzione italiana con il titolo di La vendetta del traduttore. Io narrante (senza nome, ma che a un certo punto si fa chiamare Trad, Brad, Ted o Teddy) è il traduttore francese di Translator’s Revenge (stesso titolo di quello che leggo), opera mediocre scritta da ignoto autore americano sottoposta a progressiva e sistematica “espunzione unilaterale” di intere parti del discorso (un ossimoro lo definirebbe “pesante alleggerimento”) allo scopo – palesato sin dall’inizio – di “sfondare” la linea di separazione tra le note e il testo e impadronirsi della pagina. La barra scura, che nel ribattere ossessivo del traduttore assume i contorni di tombino stagno o pietra sepolcrale, al di sotto della quale macera l’opera umile ma indispensabile di chi lavora nell’ombra e qui, per vendetta, non traduce bensì “modifica”, “corregge”, “amputa”, “sovverte”, “addobba”, devastando il testo pur lasciando in apparenza tutto in ordine.

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Memoria errante

“Il terzo giorno dell’anno 47 a.C. arse la biblioteca più famosa dell’antichità. Le legioni romane invasero l’Egitto e, durante una delle battaglie di Giulio Cesare contro il fratello di Cleopatra, il fuoco divorò la maggior parte delle migliaia e migliaia di rotoli di papiro della Biblioteca di Alessandria.
Un paio di millenni dopo, le legioni nordamericane invasero l’Iraq e, durante la crociata di George W. Bush contro il nemico che lui stesso aveva inventato, venne ridotta in cenere la maggior parte delle migliaia di libri della Biblioteca di Baghdad.
In tutta la storia dell’umanità c’è stato un solo rifugio di libri a prova di guerre e di incendi: la biblioteca errante fu un’idea che venne al Gran Visir di Persia, Abdul Kassem Ismael, alla fine del X secolo.
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Doppio riflesso

Bianco come un ricordo, un desiderio, un sogno che s’affaccia nel cuore della notte, e al mattino dopo è ormai del tutto evaporato.

Il mio pollice rimane a mezz’aria, stordito da quel senso di sazietà che una volta chiuso il libro scivola verso il desiderio di digiunare per qualche giorno. Alla puntuale recensione di Sololibri aggiungo solo una parola: troppo. Mi perdonerà l’insigne autore, ma troppo di tutto, dalle allusioni alle citazioni, dalla quantità di parole alla densità di senso e significato, dalla dispersione allo spaesamento. Troppo anche per chi sia allenato all’immaginazione, alla suggestione e alla qualità iper-letteraria di certe atmosfere. Per chi ami Borges o il Necronomicon fantasticato da Lovecraft, i libri, i doppi e gli specchi, i relitti e i naufragi, i labirinti esistenziali non meno di quelli reali. E al tutto ben si addice quanto attribuito ora ad Anaïs Nin ora al Talmud: non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo.

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La casa di carta

Poi [...] si servono dei libri come mattoni, li tengono insieme con la calce e costruiscono muri di libri e vivono in baracche di libri.
(J. Cortázar, da Fine del mondo del fine, in Storie di cronopios e di famas)

Ne aveva parlato Bonnet a proposito di bibliomanie esemplari, preannunciando la sua uscita in traduzione italiana per i tipi di Sellerio e solleticando la mia curiosità tanto da farmi appostare in posizione strategica con vista privilegiata sulla newsletter della casa editrice. Comprato e trangugiato in un lasso di tempo brevissimo, posso unirmi a chi (contestando una copertina non particolarmente indovinata) lo ha già definito «un romanzo bellissimo e tormentato sui libri e sulla bibliofilia, come solo gli argentini sono capaci di scriverne».

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Déjà lu

Ts’ui Pên avrà detto qualche volta: «Mi ritiro a scrivere un libro». E qualche altra volta: «Mi ritiro a costruire un labirinto». Tutti pensarono a due opere; nessuno pensò che libro e labirinto fossero una cosa sola. [...] fu la confusione del romanzo a suggerirmi che il labirinto fosse il romanzo stesso.

(J.L. Borges, Il giardino dei sentieri che si biforcano, in Finzioni)

Caro lettore che un giorno ti sei imbattuto nelle sei intriganti biblioteche di Živković…
Non hai resistito. Incurante del borbottio di frotte di lettori “delusi” sei arrivato a L’ultimo libro. Tanto, molti massacrano Eco senza accontentarsi di imparare le cose che ignorano, e tutti – guarda un po’ – conoscono Borges da poter dire che null’altro valga la pena di essere considerato. Sicché quasi ti vergogni di aver passato qualche ora in piacevole compagnia di una storia non troppo complicata ma tutto sommato avvincente. Non preoccuparti: siamo almeno in due ad avvalerci dei sacrosanti diritti del lettore, quelli che cominciano con la libertà di dissentire senza troppa puzza al naso.

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Sei biblioteche

Sei brevi racconti per sei biblioteche e sei lettori/non lettori. Il primo sa che il mondo è pieno di cose prodigiose che non si possono spiegare. Il secondo ne ha la prova ma stenta a crederci. Il terzo lettore entra in biblioteca fuori orario e scopre che il libro della sua vita lo stava aspettando. Il quarto – smentendo Borges – scopre che l’inferno è una biblioteca e che la pena che attende i dannati è un’eternità di letture. Al quinto lettore dicono che gli scrittori hanno un odore – tanto più marcato quanto più le fortune sono alterne – mentre al sesto affidano lo stesso libro di cui stiamo parlando in questo istante.

Sei esperienze surreali e al di fuori di ogni logica in cui i libri sono protagonisti assoluti: la biblioteca di casa, dove si accatastano libri improvvisamente e inspiegabilmente comparsi nella cassetta della posta; la biblioteca virtuale, che promette di contenere persino libri che mai saranno scritti; la biblioteca notturna, dove il libro che nessuno vorrebbe leggere attende il suo unico lettore; la biblioteca infernale, dove espiare leggendo; la biblioteca minima, buona per sanare la mancanza d’ispirazione; la biblioteca raffinata, oscuramente turbata dalla presenza di un tascabile intruso che ne spezza l’armonia e fa impazzire il suo proprietario.

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Molestie (riflessioni d’autore)

«Perché mai riescono quasi sempre una molestia ineffabile tali letture? Non parlo delle letture degli amici, benché il Leopardi includa anche queste nella condanna; ma di quelle degli sconosciuti che vanno a chiedere a uno scrittore, qualunque sia, un giudizio sul proprio lavoro. [...]

Irritante è per lui il contrasto ch’egli sente fra la fatica passiva e molesta a cui è costretto e il piacere quasi sovrumano e di paradiso che, come dice il Leopardi, prova visibilmente ognuno a leggere le cose proprie; il quale è un misto dei piaceri diversi che danno l’oratoria, la recitazione e l’esercizio della prepotenza sulla volontà del prossimo. [...]

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La fine dei libri

Arcimboldo_Librarian_StokholmI libri hanno gli stessi nemici dell’uomo: il fuoco, l’umido, le bestie, il tempo e il loro stesso contenuto.

Se i libri potessero parlare – e Richard de Bury lo immagina senza troppe difficoltà – aggiungerebbero ai loro nemici la donna, il peggiore di tutti. Vecchia tradizione, d’altronde,  quella della bestia bipede [...] che ci fa a pezzi e ci deride con discorsi volgari dimostrando così che in casa siamo solo delle suppellettili superflue, ripresa in modo accattivante poco più di un secolo fa da Octave Uzanne, bibliografo e poligrafo amico di Proust, che attraverso una scrittura divertita e ironica nei confronti di bibliomani e bibliofolli costruisce tre racconti per un unico tema: la morte dei libri.

Libri colpevoli di invadere spazi vitali e quotidiani ma, soprattutto, di istigare al pensiero critico e indipendente. Movente perfetto per fare di una donna trascurata per una vita dal suo amato a causa di un’incurabile bibliofilia la responsabile di una feroce strage in biblioteca, associandola ad altri “nemici” più scontati (la tecnologia, l’incuria e l’indifferenza) e ad alcune sorprese. «Mio caro bibliofilo, non volete dirci cosa succederà alle lettere, ai letterati e ai libri di qui a un centinaio d’anni?». Ecco allora una parata di nuovi media (nuovi nel 1894) per noi ampiamente superati ma paragonabili – per impatto e possibilità – alla tecnologia che mette in subbuglio i nostri tempi con la promessa di diventare concorrente temibile per libri e affini cartacei.

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Il gran rifiuto

baudinoIl massimo del tempo della mia vita l’ho dedicato ai libri degli altri, non ai miei. E ne sono contento.
(Italo Calvino)

Gli aspiranti scrittori che almeno una volta nella loro vita si fossero visti respingere al mittente il libro della loro vita ed ora inveiscono contro gli editori, massa di abietti e incompetenti nemici della cultura, si consolino pensando a Friedrich Hölderlin, letteralmente sbeffeggiato e portato al delirio da due tipi del calibro di Goethe e di Schiller, o a Herman Melville, collezionista insuperato di rejection slips. Racconta Arthur Conan Doyle come il manoscritto del suo primo libro intorno a Sherlock Holmes tornasse regolarmente indietro «con la precisione di un piccione viaggiatore», naturalmente senza essere stato neppure letto. Ancora, T.S. Eliot, respinto dall’editore inglese Lane con la motivazione preconfezionata per eccellenza («non appartiene al genere che teniamo ad aggiungere al nostro catalogo»), ma certo migliore dell’affilato giudizio di Virginia Woolf su James Joyce. A parte Orwell, la cui Fattoria degli animali subì una vera e propria censura politica. Samuel Beckett, invece, collezionò diversi rifiuti prima di incontrare un editore speciale come Jérôme Lindon e di intraprendere la via del successo con le Éditions de Minuit.

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Letteratura d’evasione

waxler«Si deve a un professore di letteratura inglese se in Massachusetts un uomo può rubare un’automobile ed essere condannato a leggere dei bellissimi libri. Nel senso che può scegliere se scontare la pena in galera o partecipare a un seminario di letteratura di dodici settimane all’Università di Dartmouth. Per osservare debolezze, fallimenti e crimini da una più ampia prospettiva. Un’utopia, come sostengono gli scettici? Può darsi, ma con un lato concreto: costa meno della detenzione – 500 dollari a condannato, contro i 30mila di un anno in carcere – e garantisce un indice di criminalità più basso.

Da quando Robert Waxler, l’ideatore del programma Changing Lives Through Literature, si è messo in testa di usare i libri per redimere i criminali del Massachusetts, la percentuale di recidività è infatti scesa dal 42 al 18 per cento. Non male per un professore di letteratura che aveva l’ambizione di portare i romanzi di Steinbeck e Faulkner fuori dai confini del campus. Il letterato cinquantenne nel 1991 aveva scommesso la propria reputazione sull’efficacia del programma. A fronte dei risultati ha convinto altri otto Stati americani, Gran Bretagna e Canada ad adottarlo.

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