Ora posso occuparmi dei miei personaggi a tempo pieno. Il mio autore c’est moi. O quasi. Ho consumato la mia vendetta. Ho finalmente preso il posto dell’altro.
Brice Matthieussent, nella vita traduttore francese, pubblica nel 2009 Vengeance du traducteur, il libro che io leggo in traduzione italiana con il titolo di La vendetta del traduttore. Io narrante (senza nome, ma che a un certo punto si fa chiamare Trad, Brad, Ted o Teddy) è il traduttore francese di Translator’s Revenge (stesso titolo di quello che leggo), opera mediocre scritta da ignoto autore americano sottoposta a progressiva e sistematica “espunzione unilaterale” di intere parti del discorso (un ossimoro lo definirebbe “pesante alleggerimento”) allo scopo – palesato sin dall’inizio – di “sfondare” la linea di separazione tra le note e il testo e impadronirsi della pagina. La barra scura, che nel ribattere ossessivo del traduttore assume i contorni di tombino stagno o pietra sepolcrale, al di sotto della quale macera l’opera umile ma indispensabile di chi lavora nell’ombra e qui, per vendetta, non traduce bensì “modifica”, “corregge”, “amputa”, “sovverte”, “addobba”, devastando il testo pur lasciando in apparenza tutto in ordine.





«Perché mai riescono quasi sempre una 

