La storia è quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione.
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Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri ma soprattutto a noi stessi.
Di come i ricordi quasi mai corrispondano a ciò di cui siamo stati testimoni.
Di come noi si possa vivere completamente dentro il tempo – che ci forgia e ci contiene – e tuttavia esso resti incomprensibile.
Di come esista – sì – un tempo oggettivo, ma anche uno soggettivo, probabilmente più autentico, misurabile in base al nostro rapporto con i ricordi. Un tempo capace per un attimo di ingranare la retromarcia quando ricordi nuovi ci invadono, come un fiume che risalga la corrente.
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Ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male in noi.