Tempo e memoria

978880621156GRALa storia è quella certezza che prende consistenza là dove le imperfezioni della memoria incontrano le inadeguatezze della documentazione.
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Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri ma soprattutto a noi stessi.

Di come i ricordi quasi mai corrispondano a ciò di cui siamo stati testimoni.
Di come noi si possa vivere completamente dentro il tempo – che ci forgia e ci contiene – e tuttavia esso resti incomprensibile.
Di come esista – sì – un tempo oggettivo, ma anche uno soggettivo, probabilmente più autentico, misurabile in base al nostro rapporto con i ricordi. Un tempo capace per un attimo di ingranare la retromarcia quando ricordi nuovi ci invadono, come un fiume che risalga la corrente.
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Sculture d’ombra

Avevo esposto ambienti completamente vuoti, spogli, dove l’unica presenza era l’assenza, le impronte sulle pareti di tutto quello che vi era passato, le ombre delle cose che questi luoghi avevano custodito.

Claudio Parmiggiani dipinge con il fuoco. Ha sistemato contro una parete una libreria piena di volumi ben ordinati sugli scaffali e l’ha inondata di fumo denso fino a impressionare il muro quasi fosse una lastra fotografica. Poi ha rimosso la struttura e i libri. Quel che resta è il fantasma inquietante di un’indefinibile libreria di fuliggine e cenere.

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Tutto passa

caffe_tempoTutto galleggia, il corpo, la memoria.

Louise è un nome ricorrente tra i personaggi. Anche certi luoghi e certe atmosfere ritornano. Nell’idea dell’autore ciò è tutt’altro che casuale, e sottintende il legame sottile tra storie che altrimenti appaiono assolutamente indipendenti. Dietro il titolo di Tutto passa ci sono infatti nove racconti di atmosfere sospese e ingannevoli, nove spartiti di variazioni sul tema, nove storie di tempo, domande e percorsi di vita paralleli, nove indagini sui ricordi, le tracce, i frammenti che, a dispetto del tempo che scorre, abitano e ingombrano le nostre vite.

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Quel tempo impuro

«Una società impregnata di letteratura è più difficile da manipolare da parte del potere, è più difficile da sottomettere e da ingannare»: a margine di un breve – ma serratissimo – dialogo tra due dei più importanti intellettuali e scrittori contemporanei, mentre affrontano i rapporti tra letteratura, cultura, società e politica, indugiano sul viaggiare e il raccontare dell’Ulisse omerico e riflettono intorno ai possibili compiti della letteratura – tra i quali s’impone il far sentire «la necessità avventurosa di creare ogni volta un nuovo mondo» nonché quell’inquietudine «con la quale torniamo nel mondo dopo esserci confrontati con una grande opera letteraria» che fa di noi «cittadini critici, indipendenti e più liberi».

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La Messa [non] è finita

«Non è dunque questo un tempo di indifferenza, di silenzio, e neppure di distaccata neutralità o di tranquilla equidistanza. Non basta dire che non si è né l’uno né l’altro, per essere a posto; non è lecito pensare di poter scegliere indifferentemente, al momento opportuno, l’uno o l’altro a seconda dei vantaggi che vengono offerti. È questo un tempo in cui occorre aiutare a discernere la qualità morale insita non solo nelle singole scelte politiche, bensì anche nel modo generale di farle e nella concezione dell’agire politico che esse implicano. Non è in gioco la libertà della Chiesa, è in gioco la libertà dell’uomo; non è in gioco il futuro della Chiesa, è in gioco il futuro della democrazia».

(Carlo Maria Martini, Alla fine del millennio lasciateci sognare, Piemme 1997)

L’attesa

L’attesa è lunga, il mio sogno di te non è finito.
(Eugenio Montale, Il sogno del prigioniero, da La bufera e altro)

Uscito nel 1998 da Feltrinelli e tornato in libreria l’anno scorso, L’attesa è un saggio in quattro capitoli fascinoso ma “tosto”, tutt’altro che riposante, nonostante le esigue dimensioni; esige – al contrario – massima concentrazione e lascia un singolare non so che tra inquietudine e insoddisfazione. Per restare in tema: ti aspetti una cosa e – chiuso il libro – non è esattamente quella. Da questo punto di vista, un libro indovinato.

È l’autrice stessa, nella Nota tardiva, a dichiarare di essere stata a suo tempo sorpresa da una frase di Wittgenstein che si esprimeva in tal senso: aspettiamo l’atteso ed è l’ospite che arriva. Ovvero, dell’impossibilità che l’attesa si compia nelle forme prefigurate dal nostro desiderio o dalle nostre riserve: «Scoccata dal linguaggio per colpire un bersaglio reale, ogni attesa non potrà che essere insoddisfatta, sorpresa, tradita».

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Mr Gwyn

Le ragioni per cui Gwyn smette di scrivere non sono importanti. L’importante è ciò che allestisce dopo. Come sempre a me interessa molto il modo in cui la gente rimette insieme i pezzi delle cose che ama, dopo che qualcosa è accaduto.
(Alessandro Baricco)

Jasper Gwyn sostiene il primato delle civiltà meridionali, dovuto al loro conoscere il significato esatto del termine luce. Come la maggior parte delle persone, è perplesso nell’accettare una caramella recuperata dal fondo di una borsa. Ma soprattutto, tenta di vivere lentamente, concentrandosi su ogni singolo gesto, quasi recuperando il tempo naturale delle cose e un’eleganza e “una signoria sugli oggetti che i più avevano dimenticato”. Lento è anche il ritmo e il passo di questa storia, fino ad un’improvvisa accelerazione che scuote il lettore dal torpore costringendolo a correre per non smarrire la chiave delle cose che accadono.

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La manomissione delle parole

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.

(I. Calvino, Lezioni americane)

Mi piace che sia un libro “necessario”, nato sugli scaffali di una libreria immaginaria ma riflesso del bisogno reale (politico, letterario, etico) «di trovare dei modi per dare senso alle parole, e dunque per cercare di dare senso alle cose». Con un espediente che a Calvino sarebbe assai piaciuto, La manomissione delle parole irrompe direttamente dal capitolo diciotto di Ragionevoli dubbi con la necessità di smontare le parole e «controllare cosa non funziona, cosa si è rotto, cosa ha trasformato meccanismi delicati e vitali in materiali inerti». Cosa impedisce loro di incidere con esattezza e dignità sul presente e generare crescita e trasformazione.

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La coperta del tempo

Tempo, memoria, nostalgia. Càpita di ripensare le cose cogliendo le tracce del passaggio dei giorni, quella mortalità che è il prezzo della conoscenza e del desiderio dopo aver esperito i quali nulla è come prima. A cominciare dallo sguardo, cui viene inflitto un perenne voltarsi indietro istigato dal doloroso desiderio del ritorno. La nostalgia si appropria degli oggetti, degli esseri e dei luoghi ridisegnando quel mondo perduto i cui fili si intrecciano continuamente con la trama della nostra vita.

Nel nostro immaginario il futuro non conosce polvere: asettico e tirato a lucido, dimentica (con la nostra complicità) che la polvere è destino ineluttabile per gli oggetti e i luoghi, incantesimo inflitto alle cose che si addormentano sulla cui superficie il tempo si stratifica insieme all’accumulo di tutte le dimensioni del vissuto.

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La vita dei dettagli

Ogni volta che facciamo veramente attenzione distruggiamo una parte di male in noi.
(Simone Weil, Attesa di Dio)

Il dettaglio cattura l’attenzione?
O la disattenzione fa in modo che ci sfugga?
Vive di vita propria, il dettaglio, o è lo sguardo allenato alla cura che lo ritaglia amorevolmente attribuendogli un alito vitale capace di sopravvivere alle piccole morti che costellano la nostra esistenza?
Esistono infiniti frammenti che appartengono alla nostra storia e che con il tempo si sono trasformati negli innumerevoli fantasmi che agitano il nostro sonno di nostalgia e rimpianto, o apparteniamo solo ad uno dei tanti dettagli che si fermano nei nostri occhi di “collezionisti di perdite”?

Sono alcune delle domande che mi ponevo leggendo le pagine di Antonella Anedda, dopo essermi lasciata alle spalle i dipinti, i versi, le icone e i mondi da lei stessa suggeriti restringendo il campo sul particolare, sulla scomposizione e sulla ri/creazione che avviene quando un dettaglio – “liberato” dal quadro – diventa un altro quadro, scardinando la pretesa della visione globale e spalancando le porte ad infinite possibilità.

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