Stabat Mater
«Signora Madre è notte fonda. [...] Guardate questi fogli, pieni di musica e parole: assomigliano alle mie giornate. Il tempo non è mio, il mio tempo non mi appartiene. Da quando sono nata debbo fare quello che mi dicono qui dentro, e così le cose che mi stanno a cuore devo riuscire a metterle negli spazi che restano, nelle intercapedini che per caso rimangono vuote. Vi penso dove posso, quando posso, fra una cosa e l’altra. Siete talmente importante che vi metto dappertutto. [...] Signora Madre, se vi scrivo anche dentro il pentagramma è perché non trovo altri fogli per voi, ma forse anche perché questa parole sono la melodia del mio pensiero che vi canta».
Càpita di amare un libro in tempi non sospetti, sottotraccia, e d’improvviso ritrovarlo tra premi e lustrini, polemiche e invidie, sulla bocca di tutti, e non riconoscerlo nell’attenzione tributata dalla moltitudine ostinandosi – invece – a farlo nell’esclusività delle ragioni del proprio amore. Francamente le polemiche di queste ore avrebbero un senso solo se servissero a vedere ripubblicata e disponibile l’intera opera di Anna Banti, della quale ho seri dubbi che i più abbiano sentito parlare o magari letto almeno una pagina prima d’oggi. Le polemiche – dicevo – non mi interessano granché, se non per riflettere ulteriormente sul vizio capitale più frequentato tra gli esseri umani e soprattutto tra coloro che scrivono (avendone la stoffa o meno).
Terrae motus
Quella notte stessa ricevetti le prime telefonate. Gli artisti chiedevano: possiamo fare qualcosa? Subito ebbi l’idea che l’arte c’entrava in qualche modo. Si doveva rispondere all’evento catastrofico. C’era dell’energia nell’arte, tanta energia da potersi contrapporre a quella scatenata dalla Terra.
[Forse perché la mia storia personale ha una familiarità irrisolta con i terremoti e con le emozioni laceranti che questi eventi portano con sé. Forse perché tra il 1976 e il 1977 – al seguito del lavoro di mio padre – ero in Friuli e nel 1980 tra Irpinia e Basilicata a toccare con mano le macerie, le cose deprivate del loro nome e la vita che se n'era andata. Forse perché ricordo nei polmoni l'odore di polvere, briciole e silenzio che non ha uguali, lo stesso che emanano le centinaia di immagini che scorrono davanti agli occhi da ore. Forse. Ma è da stamane all'alba che la medesima emozione mi preme nuovamente addosso, e non solo per la consuetudine e l'affetto che mi legano alle terre d'Abruzzo. Forse perché ogni terrae motus non solo interrompe bruscamente storie ed esistenze ma costringe a guardare senza filtri le nostre barchette fragili, i gusci di noce inadeguati con cui affrontiamo il mare aperto. Ci sfolla tutti, ci rimette raminghi a transitare sotto il cielo, senzatetto. Ospiti, cittadini aggiunti, ultimi inquilini]
Dov’è quella stanza, ragazza di autunno dell’80?
Ogni vento portava la polvere di tufo
scossa dal terremoto e strofinata in faccia.
Dov’è la tua schiena al soffitto, arrossata
per le carezze di carta vetrata del giovane amaro?
Dopo di te cent’anni di pazienza.
Ora tra noi si recita l’età,
per disgusto di essere attraenti.
Qualunque destino è stato minore, perduto il migliore con te.
(Erri De Luca, ivi)
Altri varchi
Esistono fotografie che prendono le distanze dalla logica puramente affermativa e non si accontentano della superficie delle cose, aprendosi bensì al mistero che attraverso le cose si fa visibile rivelando i paesaggi dell’anima. Immagini che tra visibile e invisibile riescono ad aprire un varco rendendo “esterno l’interno delle cose” – quasi come l’oro stretto nel pugno di Nagasawa.
Esemplare è la riflessione di Giovanni Chiaramonte – radicata nella tradizione delle icone di Rublëv e negli occhi di Tarkowskij – la sua attenzione mai destinata ad un oggetto preciso quanto a un mondo aperto e sospeso popolato da cose che alludono ad un inequivocabile “al di là da sé”.
Altri vuoti
A proposito di vuoto.
La prima scultura di Hidetoshi Nagasawa, l’artista dei giardini, ha qualcosa di familiare ed intimo per ciascuno di noi. Basta pensare a quante volte, inconsapevolmente, abbiamo prodotto la stessa forma (“invisibile” per sua natura) stringendo tra le mani una materia docile come la sabbia bagnata o la mollica di pane.
Si chiama Oro di Ofir (1971), è fatta d’oro puro ed è – letteralmente – la forma interna del pugno dell’artista, che la definisce “il seme di ogni mia scultura”. Nasce dall’idea centrale che anima la sua ricerca, secondo cui “ciò che si vede è fatto per ciò che non si vede”, e la scultura serve a suggerire ciò che sfugge alla vista. Provocazione nei confronti della sensibilità contemporanea che conferisce al vedere maggiore importanza rispetto al sentire, a ciò che “si vede ma non esiste” piuttosto che a ciò che “esiste ma non si vede”. Ma anche nostalgia per un passato in cui “visibile e invisibile erano considerati parti della medesima realtà”.
L’oro nel pugno chiuso dell’artista che si apre come una conchiglia a mostrare la sua perla. “Dentro la mano chiusa si crea uno spazio, che non si può vedere. Appena apro la mano, quello spazio non c’è più. Anche nel gesto della preghiera, comune a gran parte delle religioni, tra le mani giunte si crea uno spazio. I nostri occhi non lo vedono. Eppure è molto importante”.
Hisayasu Nakagawa
Introduzione alla cultura giapponese. Saggio di antropologia reciproca
Bruno Mondadori, Milano 2006
Hidetoshi Nagasawa
ediz. italiana e inglese
Damiani, Bologna 2007
Narrare il tempo
Quelli della serie Seascapes di Hiroshi Sugimoto, che qualcuno ha felicemente battezzato “biografo del tempo“, sono gli antichi mari del mondo, senza rimandi geografici e con la linea d’orizzonte a spartire acqua e cielo sempre a metà dell’inquadratura. Quadri di Rothko più che paesaggi, percorsi dalla purezza delle cose primordiali, sembrano evocare la complementarietà tra estremi, riconciliando il pieno e il vuoto, il tempo e lo spazio, il cielo e la terra.
Il tempo narrato da Sugimoto non appartiene tuttavia all’esperienza o alla memoria collettiva; in questi mari respira la sintonia con il cosmo, il tempo assoluto e solenne di cui sono fatti gli esseri e le cose tutte.
Le chant des sables
Elle était partie de là-bas, du fin fond des terres calcinées de la montagne, en amont du désert d’Anabar.
Questo di Angéle Paoli è un dono in ogni senso. Se è vero che le parole, nel momento in cui incontrano dapprima la carta e poi lo sguardo altrui, cessano di appartenere alla penna da cui sono fluite e diventano di chi le legge; e se è vero, ancor di più, che esistono tanti possibili libri quanti sono i lettori; allora è un dono esclusivo, in cui ognuno si sente pensato con l’attenzione che si riserva a ciò che ci sta a cuore.
Ricevo questo dono almeno due volte, per posta e mentre gli chiedo di lasciarmi entrare. Nelle pagine percorse dalla scrittura sonora e materica di Angéle, che leggo a voce alta perché rilasci lentamente la consistenza d’acqua e di terra dei suoni, il respiro delle singole parole ma anche il moto che le gonfia tutte insieme dilagando in chi legge, come un’onda.
Inverno del cuore
Che questo non sia più dinanzi a me
da distante oso volgere il viso:
strade aperte, cielo, terre – e il sorriso
di nessun volto caro che le confonda.*
Di uomini come Stefano ce ne sono fin troppi: cinquant’anni, single di ritorno, tormentato dai risvegli e dal disordine della propria tana come da un generale senso di disfatta, gravato da un supplementare tributo d’ansia nel guardarsi allo specchio – con particolare attenzione ai territori tradizionalmente e virilmente più rappresentativi – e tuttavia senza rimpianti, geloso dei propri spazi fisici e mentali, convinto che nulla (di sé) sfugga al suo controllo.
Tutta la pena dei possibili amori
giorno e notte ho sentito tornare:
confusi un tempo e remoti, ma uguali
nel rifiutarmi una gioia serena.*
Da qui all’eternità
Caro Fabrizio,
mi ricordi alcune persone straordinarie che ho avuto la fortuna di incontrare in passato. Alcuni “don” con le maniche della camicia arrotolate, il sudore sulla fronte, le mani ruvide, i modi pragmatici e senza fronzoli e le parole giuste. Guardati con sospetto tanto dalle gerarchie terrene quanto dagli ipocriti della porta accanto.
Perché non si è un “don” come tanti quando ci si sporca ogni giorno le mani nella vita a margine, e non a chiacchiere.
È bello scoprire che tu sia riuscito a toccare anche chi – diversamente da te – ha scelto un cammino guidato da altri dèi. La storia, la scienza, la filosofia, la politica, l’indifferenza… cose che ci appartengono – è vero – ma a cui scegliamo o meno di appartenere. Pazienza se qualcuno non riesce a intravedere l’eternità nelle tue pagine; tu hai toccato le sue corde. Perché le storie che racconti sono la tua storia, e nelle persone che hai incontrato la tua storia si specchia, e si riconosce.
L’isola sconosciuta
You are innocent when you dream.
C’è un tempo in cui credi che il sogno dell’isola riguardi un approdo, e un altro in cui scopri che è invece partenza. Giorni di attesa paziente all’uscio delle petizioni e poi quello in cui varcare la soglia delle decisioni (porta «usata di rado, ma quando viene usata lo è per davvero»).
Le mappe sono inutili, il destino ti segue come un’ombra tanto vicino da poter allungare la sua mano sulla tua spalla e a navigare serve solo una barca che abbia familiarità con gli oceani e le isole sconosciute.
Raccontami la notte in cui sono nato
Raccontami ancora di quando avete preso l’aereo con il mio orso di pezza, raccontami di come tu non potevi fare un figlio con la tua pancia e un’altra donna mi ha fatto con la sua ma era troppo giovane per prendersi cura di me [...]
- Non è difficile da spiegare. La mia pancia era rotta e io soffrivo per questo. La tua mamma non poteva tenerti e tu soffrivi per quello. Abbiamo messo insieme i nostri dolori per provare a farne una felicità.
Raccontami ancora della prima volta che mi hai preso in braccio e mi hai detto amore, di come piangevi di felicità. [...] Raccontami ancora della prima sera che sei stata mia madre e mi hai cantato la canzone che ti cantava tua madre. Raccontami di quando mi hai messo nel letto. Dai, mamma: racconta un’altra volta la notte in cui sono nato.
(alcuni passi di J.L. Curtis, Tell Me Again About the Night I Was Born trascritti in Raccontami la notte in cui sono nato, di C. De Gregorio, qui)
Certi titoli fanno un lungo viaggio, come certi figli, felicità e dolori. Approdano poi in altri libri, si mescolano alla biografia, all’immaginazione, all’inquietudine, persino alla cronaca, fino a diventare riflessione sulla propria vita, su ciò che è stato e soprattutto sulla storia che manca.






Leggere compromette la stupidità





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